Emanuele fu vinto. Riaperse l’animo alle sue care illusioni, si risentì felice.
Dopo il giorno delle nozze, fu quello per lui il primo momento di vera e schietta gioia.
Finalmente quel cuore e quell’esistenza gli appartenevano; egli n’era sicuro. S’udiva nella valle il galoppo di un cavallo che si allontanava.
Strinse quella bruna testolina sul petto, ve l’adagiò, la carezzò teneramente senza parlare, pensando ai tesori d’intelligenza e di affetto ch’ei vi avrebbe fatti sbocciare, alle sue candide meraviglie, alle dolci sorprese, ai tripudi infiniti...
Luscià s’era addormentata fra le sue braccia.
Egli sognava per lei.
XII.
Ma quella contentezza gli fu presto amareggiata.
Luscià pareva stordita; ella così vivace, così inquieta, passava delle ore immobile, silenziosa, incantata.
Emanuele pensò ch’ella avesse bisogno di svago, di conforto, per la lontananza della sua gente. E la condusse a fare un viaggio.