Percorsero mezza Italia: visitarono la Toscana, il Veneto, la Lombardia.
Luscià era stata già dappertutto colla sua tribù, che da tre anni dimorava di qua dalle Alpi. Emanuele scrutava le sue impressioni, le sue memorie, avido di scoprirvi la poesia selvaggia e robusta di un’anima vergine, di un sentimento ingenuo. Nulla di tutto ciò: ella non si ricordava di nulla, non si entusiasmava di nulla: era insensibile alle meraviglie dell’arte; le bellezze della campagna, del paesaggio la lasciavano fredda: non amava che il moto continuo; preferiva a tutto lo strepito delle grandi città; lo scarrozzare per le vie popolose, sui grandi corsi pieni di sfarzo, di lusso, la sera luccicanti di lumi.
Amava la folla, le brillanti riunioni: fosse in teatro, in chiesa, alla passeggiata, per lei era lo stesso.
Ci andava vestita in gran pompa; tutte le acconciature, dalle più severe alle più strambe, s’attagliavano a quella sua figura ricchissima di contrasti: seria, vivace, inquieta come una cutrettola, contegnosa come una regina.
Quando, al braccio del marito, attraversava la folla, gli uomini si voltavano mormorando d’ammirazione; ella si guardava attorno e rideva.
Qualche volta Emanuele la riprese con dolcezza.
— M’hanno detto che son bella, non è forse vero? domandava Luscià.
— Sì, lo sei, te lo dico anch’io sempre, sei bellissima... ma per me.
— E allora, perchè veniamo qui?
Tentennava il capo — non capiva.