Emanuele taceva, sconcertato dalla sua logica primitiva, ma più dai suoi occhi affascinanti.
Al postutto, non era questa che una civetteria innocente e tollerabilissima.
Se avesse potuto accorgersene, egli si sarebbe inquietato di ben altri segni.
La giovine sposa, se non alle idee e ai sentimenti della sua condizione, si avvezzava rapidamente alle mollezze e ai comodi materiali della civiltà: vi si grogiolava dentro con una delizia indicibile: la pigrizia e la ghiottoneria s’educavano in lei mirabilmente. Dopo il piacere chiassoso, rumoroso, nulla l’era più caro che l’ozio, l’ozio assoluto sdrajone degli animali domestici. Avrebbe passato in letto a rosicchiar confetti tutte le ore che non passava in carrozza. In poche settimane aveva contratti tutti i vizi di una cagnuola favorita. Ma era tanto graziosa! La sua personcina si torniva, il suo fare si aggraziava; le sue carezze senza slancio, senza spontaneità, senza calore, acquistavano una morbidezza fine, squisita; offrivano tutte le voluttà della femmina, senz’ombra delle esigenze della donna.
Spesso il conte, rientrando dalle sue passeggiate mattutine, che s’era rassegnato a fare da solo, trovava Luscià che dormiva ancora. Al rumore dei suoi passi ella si svegliava, gli buttava le braccia al collo, si accovacciava sulle sue ginocchia, gli strofinava il volto col suo musettino delicato, rovesciava sulla sua spalla la testolina leggiadramente scarmigliata, guardandolo attraverso le palpebre socchiuse con le pupille voluttuosamente sonnacchiose. Poi erano baci, risolini soffocati, gemiti, tortoreggiamenti innumerevoli. Tutto ciò finiva ad un tratto, se un segno d’impazienza balenava nello sguardo d’Emanuele. Luscià era un giocattolo intelligente; sapeva capire quando il momento del trastullo era finito. S’alzava seria, e si ritirava nel suo cantuccio a lisciarsi colle zampine gentili i ricciolini scomposti e a pulirsi i dentini d’avorio.
Emanuele, come tutti i caratteri timidi e seri, a cui la ritrosia, la verecondia sbarrano la via del piacere, nei primi giorni ne andava matto, si abbandonava alla facilità di quelle delizie nuove per lui, se ne inebbriava perdutamente. Il suo spirito riflessivo, fantasioso, aveva qualche volta adorato la donna, ideale alto, lontano, che svaniva quando egli cercava raggiungerlo; i suoi sensi si risvegliavano tardi ma prepotenti, e si contentavano della femmina.
In quel primo ardore la sua mente, il suo cuore erano sopraffatti; gli occhi, ammaliati dalle forme, non vedevano che le perfezioni esteriori esagerandole, non potevano avvertire i modi strani, in cui trasparivano i difetti dell’indole. E Luscià ne aveva molti, e tali che avrebbero dovuto impensierire il marito, se l’innamorato l’avesse permesso; tanto più ch’ella nella sua ignoranza non pensava punto a celarli.
Un giorno, a Firenze, Emanuele, entrando nella camera della sposa, assistette ad una scena singolare.
Luscià, in gonnella e veste scollata, colle braccia nude, si lavava le mani in un catino, che il cameriere dell’albergo le teneva, non avendo potuto deporlo sulla toeletta, ingombra di minuterie d’ogni sorta.
Il servo, inanimito dalla confidenza, divorandola cogli occhi, le teneva dei discorsi assai poco convenienti: ed ella sbellicava dalle risa, buttandogli manciate d’acqua nel viso.