Il conte impallidì: fe’ uscire lo sguaiato famiglio, il quale non gli risparmiò una mezza impertinenza; e per decoro bisognò tenersela. Alla moglie non disse nulla: — ella era tanto stupita dell’accaduto, che il conte attribuì il trascorso all’ingenuità e non si chiese allora se quest’ingenuità non significava mancanza di quell’istintivo pudore che nei paesi civili è la massima delle virtù muliebri.

Dimenticò la scena; la sua tenerezza era disposta a passar sopra a cose ben più gravi.

La sua gioventù soffocata in fondo al cuore dal dolore, dal dovere, gli montava al cervello: gli dava delle vertigini di imprudenza, di sregolatezza, e ridiventava fanciullo, diventava spensierato come non s’era sentito mai, neppure a diciott’anni.

Aveva sposata Luscià per il sentimento tutto paterno di farle da educatore, per elevarla al livello del proprio mondo aristocratico; ma invece la zingarella lo aveva di botto precipitato dal sommo della sua serietà patrizia nella vita vagabonda, e lo trascinava per mano, ammiccando cogli occhietti procaci e misteriosi, per sentieri ignoti, tortuosi, lubrici, a sensazioni nuove, a desideri strani, credulo, confidente, ammaliato.

Dava negli eccessi di uno studente birichino che fa la sua prima scappata; si buttava alle più stravaganti pazzie, con una foga di cui rideva egli stesso, incantato di trovarsi così vivace e brioso.

La loro vita era il rovescio dell’ordine, dell’abitudine; in cui tutte le convenzioni della giornata, dell’orario, andavano capovolte.

Giravano la notte per le vie remote, scorrazzavano per la campagna, irrompevano nelle osterie rustiche, si facevano imbandire una cena, mettevano tutto a soqquadro, vi improvvisavano un ballo, un festino, riddavano il trescone, poi, ad un tratto, buttando una manciata di monete in mezzo a quella folla che la loro follia aveva radunata, eccitata, raggirata, scappavano via di corsa, sparivano come folletti capricciosi. Emanuele portava di peso Luscià nella carrozza che aspettava nelle tenebre, ve la buttava ridendo come un matto e soffocandola di baci. Tornando tardi, picchiavano alla porta dei caffè del sobborgo, si facevano aprire per prendere un rinfresco, bevevano nello stesso bicchiere, si buttavano acqua in viso, ed uscivano lasciando un concetto assai poco onorevole di loro agli avventori, ai seri fannulloni, ai giocatori gravi e imbronciati, e uno ottimo al tavoleggiante che regalavano liberalmente.

In queste scapestrerie il più spinto era naturalmente Emanuele. Luscià ci si trovava nel suo elemento, e aveva in fondo tutta la calma dell’intenzione. Ma vi si mostrava insaziabile.

Egli aveva le idee più arrischiate, più bizzarre, ella i gusti più godiglioni. Egli si stordiva, si inebbriava, si stancava delle cose più stravaganti; ella invece se la spassava e trovava sempre l’agio di succhiarsi con quiete qualche leccornia prelibata: — Alternava i baci e le pastiglie: i baci per lui, le pastiglie per sè. Non partecipava ai trasporti del marito, ma sapeva però destramente sfruttarli: essa aveva in quei momenti sempre qualcosa da chiedergli, che bisognava assolutamente darle e senz’indugio.

Una volta, alla Spezia, erano usciti in barca per una gita a Porto Venere, ma Luscià era di malumore; attraversando la città s’era invaghita di un cappellino esposto in una vetrina, ed Emanuele non era stato pronto a soddisfare il suo desiderio. Ma, accortosi della sua dimenticanza, dalla cera rannuvolata di lei, quando già erano lontani qualche miglio da riva, fe’ voltar indietro la barca, corse dalla crestaia, comprò il cappellino. Ritornati in barca, un temporale li sorprese, cadde un grande acquazzone che sciupò il regalo, mandò a monte la gita, per cui egli aveva data parola a tanti amici suoi. A Luscià non rincrebbe nè l’una, nè l’altra cosa.