I suoi capricci, una volta soddisfatti, svanivano, ma non ammettevano replica. Oramai, senz’accorgersi, il conte comprava, si può ben dire, tutte le sue carezze; il desiderio di avere un sorriso, una smorfietta di più, lo spingeva a spese inutilissime; non tornava mai a mani vuote.
Quando usciva per città, tutto ciò che le dava nell’occhio Luscià lo voleva.
Fu a Firenze ancora che accadde un’altra scena spiacente. Erano stati a Ponte Vecchio da un orefice per una qualche compera. Contrattata la mercanzia ed usciti dalla bottega, a un cento passi più in là, li raggiunse un commesso tutto sconvolto e li pregò di guardare nel pacco se, per isbaglio, vi fosse entrato un anellino di brillanti, che stava sul banco del suo padrone. E intanto sbirciava, con sospettosa timidezza, la borsa ricamata che Luscià teneva al braccio, e finì col pregarla di guardare anche là. Il conte si risentì, strapazzò il ragazzo, gli diede il suo nome e il suo indirizzo e rientrò tutto indignato di quella petulanza. Alla sera Luscià, tirando dalla borsa il fazzoletto, fe’ cadere l’anellino. Non arrossì, non si sconcertò, non si mostrò sorpresa, e il conte, senza chieder di più, timoroso di approfondir la cosa, corse dall’orefice a pagargli il gioiello.
Nel ritorno si trattennero alcune settimane a Milano, che, più di tutti gli altri paesi visitati, piacque a Luscià per la grossa giocondità delle sue usanze.
Vi si apriva la stagione musicale d’autunno; in mancanza della società signorile, fuori a villeggiare, v’era il solito concorso di forastieri, di artisti teatrali, di virtuose, col loro codazzo di protettori, di patiti, di parassiti, di ricattatori, una folla allegra, chiassosa e crapulona, che cominciava a vivere alle sette di sera, all’ora dello spettacolo, e che, uscendo, invadeva tutti i caffè, tutte le osterie, le bettole della porta e vi menava baldoria sino alle prime ore del giorno.
Quel mondo somigliava, almeno per la vita vagabonda e sregolata, alla razza di Luscià. Le affinità non tardarono a manifestarsi.
Alla Scala fu ben presto avvertita quella strana personcina dagli sguardi sfolgoranti.
Quando si seppe che ell’era una donna di condizione, che quella perla di venturiera era legata in un vero ed autentico blasone, la curiosità non ebbe più limiti; attirò tutti gli sguardi verso di lei, e il suo palco, per l’intromissione di qualche amico, fu ben presto preso d’assalto dai galanti più in voga. Fu una processione di gilè bianchi, di cravatte enormi, di pettinature meravigliose, di vagheggini sfatati, di nobili venturieri e di venturieri arricchiti.
Emanuele sentiva, da principio, un po’ di ripugnanza per costoro; ma il gusto di primeggiare era così naturale in Luscià, così innocente, eppoi la rendeva così seducente, così bella, ch’egli non seppe negarglielo.
Quanto a lei, preferiva, fra i suoi corteggiatori, i meno ammodo, i più matti, i più vivaci e meno educati. Questi allontanavano gli altri, e travolgevano i due sposi in una baraonda di concerti improvvisati, di festicciuole scapigliate, di serenate, di veglie, di conversazioni, in cui non si discorreva — si strepitava, si rideva, si faceva baccano.