Il mezzo con cui tutta questa gente, uomini e donne, riusciva ad imporsi, era uno solo: una fervida, schietta ammirazione per Luscià.
Ella li attirava senza volerlo, poi, una volta fatte le relazioni, alle prime parole la dimestichezza nasceva una dimestichezza di giochi, di scherzi, di pettegolezzi, non profonda, ma invadente. Emanuele si trovò invischiato senza pur accorgersene. Al caffè, al teatro, nell’albergo, le conoscenze gli fioccavano intorno, come falene intorno alla fiammella; e la fiammella era quello stesso fascino, a cui il suo orgoglio patrizio s’era bruciacchiato l’ali per sempre.
XIII.
Finì, tuttavia, col disgustarsene.
Egli era in obbligo di fare una visita sul lago ad un generale, amico di suo padre, vecchio celibe, senza famiglia. Per risparmiare alla sposa una noia e salvare una quantità di convenienze, risolse d’andarci solo. Doveva trattenersi fuori una notte.
Luscià rimase colla cameriera, che il conte le aveva presa per la sua dimora in Milano. Costei, una specie di Suson, intrigante di professione, scaltra ingannatrice di mariti, non trovava il suo tornaconto nella tolleranza del conte, che rendeva inutili i suoi talenti.
Tanto per non perdere la mano, colse dunque al balzo quell’occasione per suggerire alla sua padrona, che — secondo il suo costume coi servi — le accordava una grande confidenza, uno dei suoi segretumi.
Sapendo che Luscià ammattiva per la coreografia, ella, che aveva un fratello o un cugino ballerino alla Scala, le propose di farlo venire con una squadra di compagni e di compagne, tutti in costume, ad eseguire, per lei, qualcuno dei passi che più incontravano nel ballo della stagione: La caduta di Missolungi.
A questo primo disegno, ella aggiunse poi la cena con degli inviti, — insomma una vera e completa baldoria; felice di completare la cosa coi suoi lucrosi ripieghi da mezzana, pensò ella stessa alla spesa, mettendo a pegno qualche gioiello della padrona.
A mezzanotte la compagnia era a tavola nel salotto quando capitò il conte.