Egli aveva trovato il generale infermo, perciò, fatta la sua visita, era, senz’altro, ritornato indietro.
Non rimase poco sorpreso; ma, da vero gentiluomo, dissimulò la contrarietà che ne sentiva, e pigliò la cosa con tanta buona grazia, da far credere che tutto fosse stabilito col suo consenso.
Luscià, benchè non troppo turbata, andò, per consiglio della cameriera, che amava il drammatico, a buttargli le braccia al collo e a chiedergli perdono.
Egli non la lasciò parlare, e le disse sottovoce, con atto rispettoso: — tu sei la padrona.
Poi l’aiutò egli stesso a far gli onori dell’ospitalità alla strana brigata, e volle che si compisse esattamente il programma concertato.
Il banchetto terminò allegramente, con un’infinità di brindisi burleschi, largamente inaffiati di sciampagna.
Il conte, per una liberalità eccessivamente scrupolosa, non aveva voluto far le cose a mezzo; i fattorini servivano gl’invitati senza discrezione.
Poi si levarono le tavole, i suonatori invitati trassero i loro strumenti, e, al suono della piccola orchestra improvvisata, i Clefti e le Albanesi e i Giannizzeri fecero i loro passi.
Terminata la lunga serie di capriole, di prilli, di scambietti, di catene, di intrecciamenti, tutta la compagnia si abbandonava alle danze, che si protrassero a lungo, tumultuose, senza ritegno.
Quella genìa irriverente, chiassona, inanimita dalla complicità della padrona, dalla condiscendenza del conte, dal vino tracannato a garganella, trascese a degli eccessi straordinari.