Il festino prese, bel bello, l’andamento dell’orgia.

Gli sposi occupavano cinque stanze al primo piano della Bella Venezia; il piccolo quartierino fu invaso da cima a fondo senza riguardo al mondo, messo nel più grande scompiglio.

Il conte, per la singolarità della sua posizione, ripugnandogli di far la parte di rustego di commedia, non volle adoprar altro freno che la dignità garbata del suo contegno, il quale da solo non serviva guari.

Egli stesso dovette, con bella maniera, schermirsi dai trasporti di ammirazione, di tenerezza, che la sua indulgenza destava nei cuori sensibili delle albanesi. Non poteva incantucciarsi un momento, senza che ne avesse una sulle spalle o sulle ginocchia, e senza sentirsi sotto il naso l’alito avvinazzato e ardente di una baccante inuzzolita.

Quanto a Luscià, riavutasi facilmente dal leggero sgomento, ci pigliava un gusto matto, rideva, saltellava di gioia, non stava ferma un minuto. La cameriera le aveva ben sussurrato il sospetto che il marito celasse la sua collera, per isfogarla poi a quattr’occhi; ma i suoi modi, il fare di lui l’avevano interamente rassicurata. Quando ella gli passava vicino, scrutandolo cogli occhi in viso, per scoprirvi le secrete intenzioni dell’animo, egli le stendeva amichevolmente la mano e le sorrideva bonario, premuroso, come al solito. Una volta anche le aveva fatto fare un giro di valzer, e nel ricondurla a sedere, stringendole il braccio, le aveva detto: — ti diverti? — come sempre usava quando la menava a qualche sollazzo.

Il baccano continuava intorno; egli non pareva aver occhi che per lei.

Del resto Luscià non faceva, come si dice, nulla di male; sfogava il suo talento naturale dello schiamazzare, il suo ardore infantile di muoversi, di sparnazzare, di scalmanarsi, null’altro...

Eppoi, sotto gli occhi del marito, nessuno le mancava di rispetto.

Però il conte, per quella notte, fece una gran prova di pazienza. E quando la brigata gli fe’ la grazia di andarsene, ed egli, data l’ultima stretta di mano, potè chiudere la porta dietro a quella mascherata fastidiosa, diè in un grande sospiro di sollievo.

Attraversò l’appartamento, corvettando fra le sedie rovesciate nell’ultimo congedarsi, e si ritirò nella camera.