Luscià s’era buttata, vestita, sopra il divano, stanca, pesta di fatica, non sazia, fantasticava cogli occhi spalancati, accesi, come fosse nella sua vecchia tenda, dopo i lascivi contorcimenti del tanâna. Intorno i segni del baccano che era penetrato fin là; i tappeti voltolati, spiegazzati, i cuscini buttati a terra; le cortine del letto aperte, attorcigliate sui bracciuoli, lasciavano intravedere il letto sconvolto, una sedia colle gambe in aria al posto dei guanciali, i guanciali rovesciati a mucchio nel corsetto, le coltri trascinate sul pavimento; profanazione ed oltraggio non casuale alla vereconda poesia del talamo.

Un lurido, ributtante disordine, un’atmosfera densa di polvere, di fumo, di moccolaia, un tanfo acuto di vino e di tinello.

Il conte socchiuse la finestra.

La brigata si spandeva cantando e sghignazzando nella strada; sull’angolo di San Fedele un gruppo di ballerini aveva preso d’assalto un fiacre, e altercava col cocchiere, che si opponeva al carico soverchio; correvano bestemmie grossolane, grida, minaccie, strilli acuti di donna.

Al lume tremulo di un lampione si vedevano gli alti cimieri e i turbanti ottomani, — le aste levate in alto facevano alla scherma colla frusta prosaica del fiaccheraio.

Il portinaio dell’albergo chiudeva brontolando.

Emanuele allibì; comprese l’eccesso cui era trascorso.

Non accusò che sè stesso, non si vergognò che di sè. — Egli, il suo sensualismo cieco, la sua foga intemperante di divertimenti, erano la causa di tutto.

Sentì un cocente rammarico del pericolo, delle sconvenienze cui esponeva la sua sposa, egli il suo custode, egli il suo educatore; — un vivo bisogno di farne una riparazione, di rialzarsi nella sua stima, di chiederle perdono.

Ella, augellino smarrito, gettato sopra un letamaio, vi si dibatteva; — povera innocente, ella avrebbe dovuto guardarsi dal male in cui lui, fanciullone di quarant’anni, la precipitava, con tutta la furia viziosa di una tarda giovinezza?