Riparò in fretta, con mano sdegnosa, il disordine, — spense i lumi, testimoni dell’orgia. Il crepuscolo discreto e tranquillo dell’alba, penetrando fra i pizzi delle cortine, ricondusse nella camera un soave candore di raccoglimento e di purezza.

Le pupille di Luscià lucevano nella penombra e lo seguivano inquiete.

Emanuele, quand’ebbe rifatto alla sua adorazione la sua nicchia casta, vereconda, si accostò al divano, si inginocchiò in silenzio.

Una mano s’insinuò, timida e molle, come un invito, entro i suoi capelli, e scese a carezzargli il collo; egli la prese, la baciò riverente, a fior di labbra; poi si alzò, attraversò riguardoso, in punta di piedi, la camera.

La cameriera, che origliava alla porta, spiando lo scoppio delle violenze presentite, lo vide, al fioco barlume mattutino, ritirarsi quetamente nel suo studio, stupì della sua calma, e sospettò fosse matto o peggio, — chissà cosa...

Ma quando, alcune ore dopo, fu congedata, e seppe che i padroni partivano alla volta del Piemonte, tornò a raccapezzarcisi a modo suo, andò intorno a spargere e commentare la notizia, a compiangere la contessina, la quale, povera vittima, si vedeva, partiva di mala voglia, e che feroce vendetta la attendesse, Dio vel dica; il marito era falso, brutale, un piemontese e basta.

XIV.

Gli sposi tornarono a Peveragno verso il fine di settembre.

Trovarono il castello queto, silenzioso, come lo avevano lasciato; solenne, ma non triste; il sole sfavillava nei vetri e avvivava i mille colori autunnali dell’eriche e dei muschi, temperava l’austera maestà dell’alte muraglie brune.

Emanuele era sereno, quasi ilare, ricuperava, nell’aria salubre del suo paese, i suoi pensieri, i suoi ideali, la parte migliore di sè stesso.