Egli pensava alla profonda credenza latina, che perpetuava l’anima di una famiglia in un campo e in una casa.

Così, mentre i suoi sensi scorazzavano, ignari di sè, il suo spirito, il buon lare di Peveragno, era rimasto là nel cuore del maniere feudale, nel viscere dell’antico torrione, ed ora gli dava il bene arrivato.

La carrozza saliva lentamente l’erta di San Nazario, e il conte, tenendo per mano la sposa, faceva i più bei sogni di domestica pace, di gioia onesta ed uguale. Egli le raccontava le vecchie usanze della sua casa, e vi ricamava su i suoi disegni d’avvenire.

Luscià, che per viaggio era stata sempre sonnacchiosa, diventava inquieta, nervosa.

Si guardava intorno impaziente.

— Siamo arrivati, sei contentai le chiese il conte. Ella rispose di sì, distratta.

Appena smontata dalla carrozza si buttò al collo di Nad, ch’era venuta ad incontrarla, la trascinò nella sua camera, si fe’ portar tutti i gingilli ch’ella recava seco dal viaggio, li sparpagliò per i mobili e fra lei e la vecchia seguì un lungo cicalìo in gergo.

Emanuele venne più volte all’uscio per vederla; il dialogo non finiva mai; Luscià rideva, sospirava, chiacchierava continuamente; egli non volle turbarle questo sfogo naturalissimo; — e sempre tornò indietro.

A cena ella si mostrò stanca. Si ritirò subito dopo.

Il conte discese in giardino.