Appena usciti di là si sprofondavano insieme nelle macchie del parco, nel più fitto dei cespugli, — ed egli, da quel grande ragazzo che era divenuto, era il primo a darle il segno della gazzarra. Egli stesso aveva, più di lei, bisogno di sfogo. La trascinava di corsa, la portava di peso sulle braccia, si abbandonava a dei matti trasporti. E la povera influenza che poteva aver guadagnato col suo contegno sfumava così ad un tratto.

Luscià faceva poco profitto delle lezioni. Aveva preso presto una vernice superficiale, — ma oltre a questo, null’altro. Una certa speditezza nel parlare era tutto per l’istruzione, una certa grazia chiassona nel vestire, una certa morbidezza di maniere, una certa pigrizia di gusti era tutto per l’educazione.

La zingarella era scomparsa, ma la dama non appariva.

Quei tre mesi l’avevano cambiata all’epidermide, — ma sotto, chi poteva vedere?

L’indole petulante erasi raccolta dentro ad una crisalide di seta: ne sarebbe uscita bruco o farfalla?

Il conte confidava nei primi tempi di trarne una buona, una affettuosa mogliuccia, una savia, un’adorabile damina.

Intanto però ella era qualcosa d’indefinibile; una specie di enigma; la sua stranezza meno farfallina aveva qualcosa di più intenso e di più profondo. Il suo viso, nel quale non traspariva mai l’ombra di un sentimento, si accentuava in un proposito tenace, ostinato, incomprensibile.

E il marito credeva leggervi delle disposizioni serie alla vita domestica.

Egli aveva voluto confidarle le chiavi della casa ma ella non era buona di trattar coi servi: il loro rispetto, il loro riserbo l’impacciava, le imponeva; ella non sapeva comandar loro nulla sul serio; volta a volta troppo impetuosa, troppo umile, troppo trascurata. Non fosse stata la tradizione severa della casa, li avrebbe guastati.

Poi quel materezzolo pesante le dava fastidio. Finì col darlo a Nad, la quale se ne valse per ficcare il suo naso dappertutto e satollarvi le sue ingordigie di mendica.