Ma lo zio Evasio piglia Doro pel collarino, lo leva di peso, e:

— Alla paglia, allocco, imparerai a far le chiassate...

Lo issa su per la scala a piuoli del fienile, suo appartamento notturno.

Quando l’ebbe visto ritirato, levò egli stesso la scala, per sicurezza, brontolando fra i denti:

— Diavolo di una contessina!

Una carrozza s’allontanava sullo stradone.

La prima quiete per quella sera non tornò più; i rabbuffi dei vecchi, gli scapellotti paterni non giovarono a rinfrenare quella ragazzaglia scatenata dalle gherminelle burlone; il vinello non puro, ma innocente da ogni male fatto, fu calunniato atrocemente. Una vena di umor birichino era entrata là in mezzo e vi accendeva razzi di monellerie infinite; soffocate qui, scoppiettavano più in là; le confidenze appioppate all’orecchio, le strette furtive, gli scambi nelle foglie furono innumerevoli...

Quando Evasio, alzandosi, prese il lume e pronunziò le parole d’uso: — grazie, a buon rendere, — Centino sfiorando il bordato di Agnese, fantasticava il liscio come seta, di cui Doro gli aveva parlato.

Scoccava dal viso, dai modi di Luscià una provocazione al disordine strana, involontaria.

Ella poteva dire colla frase evangelica: — sento che una certa virtù è uscita dalla mia persona. — Però gli effetti erano tutt’altro che salutari.