Tutte le domeniche il cappellano diceva la messa nell’oratorio del castello; ma Luscià preferiva lo svago della messa grande alla parrochia del paese.

L’arciprete, decrepito e acciaccoso lasciava quella massima fatica al suo vicecurato, un giovine venuto da poco, smilzo, trasparente come una candela, timido, che balbutiva un poco.

Quando si voltava a dire il Dominus vobiscum, arrossiva e non guardava in faccia a nessuno.

Ma la prima volta che Luscià venne alla messa, una forza prepotente lo costrinse a levar gli occhi... e... Do... vi... Dobi..., restò in asso colle braccia aperte.

Luscià lo fissava seria seria e contegnosa; solo una fine ironia, un’aria quasi impercettibile di beffa trapelava dal suo volto.

Una risata repressa serpeggiò, singhiozzò per la chiesa; il vicecurato non salutò quel giorno i fedeli...

XVI.

Il conte cominciava a soffrire uno strano malessere, non sapeva bene che cosa, un sentimento di vuoto, di morale solitudine.

Luscià non mostrava alcuna confidenza per lui.

Aveva tutte le docilità servili, le compiacenze supine, le tenerezze convenzionali della schiava favorita. Ubbidiva alla sua volontà, subiva i suoi desideri, non li preveniva.