Ella non si lagnava, non si schermiva — lasciava fare silenziosa, impassibile.
Era l’alba; la lucerna impallidiva: l’aria si faceva più pesante; una subitanea stanchezza sottentrava al parossismo. Emanuele ricadeva spossato sui guanciali. Un freddo sudore gli gocciolava dalla fronte.
Lagrimava, gemeva, si assopiva domandandole perdono, con la profonda codardia dell’innamorato.
Quando si risvegliò egli credette d’aver sognato: Luscià era queta, calma al suo posto. Un fil di sole le carezzava le crespe dei capelli.
La chiamò a sè, le sorrise, le baciò le mani, le fe’ un mondo di tenerezze, le disse che si sentiva meglio, ch’ella lo aveva guarito...
Per parecchi giorni, finchè Emanuele non cominciò ad alzarsi, ella non uscì dalla camera.
Ogni donna, specialmente nelle razze primitive, è naturalmente infermiera.
Emanuele era commosso: le si mostrava riconoscentissimo di questi riguardi, che egli scambiava per devozione, per qualcosa di più profondo ancora.
La ricambiava con ogni maniera di premure, di gentilezze: le mandava a prendere tutte le leccornie possibili. Erano tornati gli abbandoni dei primi giorni dopo le nozze; la prostrazione fisica lo risospingeva alle debolezze d’una volta. I sensi, fiaccati dal male, irritati dalla inerzia, rimanevano sotto l’ascendente dei vezzi di Luscià.