Luscià si alzò tranquilla e si scostò.
Allora Emanuele si lanciò verso di lei, l’avvinghiò colle braccia, se la tirò contro il seno.
— Non sono i tuoi baci ch’io voglio, quei tuoi baci freddi, forzati, — è il tuo cuore, sono i tuoi pensieri, bisogna ch’io sappia se tu mi ami o mi disprezzi...
E la scoteva fortemente.
— Tu sei tranquilla mentre io soffro, tu stai otto giorni senza chiedere di me, tu sorridi quando piango — e poi mi baci — perchè mi baci?... dimmelo, perchè mi baci?... le carezze si danno quando si vuol bene — ora io ti sono increscioso. Guarda, meglio che tu Io dica, già io lo veggo... che ti sono increscioso...
Ella taceva.
Emanuele attendeva ansioso una risposta, desiderava di essere contraddetto, — di potersi illudere.
Le gridava con voce soffocata:
— Parla, parla...
Le stringeva convulsivamente le braccia, la premeva delirante sul petto. Le faceva male.