Un singolare malessere si rivelava in lei: l’assaliva spesso uno sbadiglio ostinato, morboso, opprimente. Pareva una dissoluzione della gioventù, della vitalità soffocata.
Invano Emanuele cercava di rianimarla: si stillava il cervello per trovarle distrazioni, senza riuscire ad altro che a deplorare la povertà della propria inventiva.
La vita del castello diventava sempre più triste e monotona: le giornate sempre più brevi e buie: la solitudine cresceva intorno a loro e fra loro, una solitudine uggiosa, piena di molestie.
Nella tetra solennità di quella stagione e di quel luogo per discorrere bisognava avere delle cose molto serie da dirsi. La conversazione si riduceva sempre alle solite frasi, ai saluti d’uso.
La sera il conte riconduceva la sposa assonnata nel suo appartamento; le diceva: — buon riposo, cara, vuoi nulla?
Ella faceva cenno di no.
Egli ripeteva: — buona notte, a domani.
Ma una volta entrò con lei e aggiunse:
— Sai, ho pensato di condurti fuori di qui, andremo a Parigi, sei contenta?