XIX.

Presa la risoluzione, Emanuele, al suo solito, ne affrettò con furia i preparativi.

Una settimana dopo, lo stretto necessario per mettere in sesto le faccende più pressanti, Emanuele e Luscià partivano.

Sarebbe stato molto più facile rimanere a Torino, dove egli possedeva una palazzina; ma la sua disgrazia a Corte e lo screzio colla nobiltà gli avrebbero fatto colà una posizione intollerabile, avrebbero tracciato intorno a lui una specie di quarantena d’appestato.

A Parigi, dove era stato parecchi anni, aveva lasciato degli amici, dei compagni di studi, di aspirazioni.

Appena arrivati, i due sposi vi trovarono accoglienze affettuose, compagnia, inviti, cortesia pronta e premurosa.

Luscià, per la stranezza stessa della sua avventura, che sarebbe stata nella chiusa società torinese d’allora, un peccato originale indelebile, incontrò rapidamente in quella capitale cosmopolita, avida della novità, della singolarità.

La baronessa di Cortrans, dama savoiarda, congiunta di Emanuele, si affrettò a presentarla nel mondo elegante, ne fece l’attrattiva della sua sala, ritrovo rinomatissimo in quel tempo dell’alta emigrazione italiana.

Molti degli uomini, che comparirono poi nella grande epopea della nostra rivoluzione, venivano da lei quasi tutte le sere, confortando l’esiglio con le memorie e le speranze; mettendo in comune il loro patrimonio di alti propositi, di generose utopie, che con diversa fortuna svanirono o prosperarono alle prove della realtà.

Si radunavano col barone nella biblioteca.