Intanto la signora, ancora giovane e oltremodo gentile benchè non bella, faceva gli onori delle sale dove traevano in folla i lions della migliore società parigina, artisti in voga, i quali cercavano svago alla conversazione brillante, alle civetterie nervose dei crocchi del paese, nella contemplazione delle superbe e scultorie beltà italiane.
Luscià ebbe colà il suo momento di successo: diventò per tutto un inverno la bellezza alla moda.
Ella non ci si trovava neppure troppo a disagio per le qualità morali, perchè poche di quelle donne allevate colle rigide massime dei rusteghi, erano realmente più côlte di lei.
Quanto agli uomini, anche intelligenti, essi perdonano sempre con grande indulgenza l’ignoranza ad una bella donna; anzi se ne compiacciono come di un vezzo, di una piacevolezza.
Luscià si lanciò dunque avidamente incontro al successo che le si presentava. I suoi muscoli giovanili, irritati dall’ozio sonnolento di Peveragno, tripudiavano di quel moto continuo.
Divideva le sue giornate in due parti: quella in cui si divertiva, quella in cui si preparava a divertirsi.
Un’ansia, un sussulto nervoso, quasi un brivido foriero di febbre la prendeva quando s’appressava l’ora del festino. Ell’era sempre vestita parecchie ore prima; si agitava nella sua stanza, fra lo scompiglio ed i salti di Nad, come un corsiero robusto impaziente di lanciarsi alla corsa.
Poi ella correva da Emanuele: lo costringeva ad uscire: la loro carrozza era sempre la prima ad arrivare e così presto che erano costretti qualche volta a fare un lungo giro prima di entrare. Allora ella si rovesciava sui cuscini; si copriva il volto colle mani, cercando di reprimere con uno sforzo di calma il fremito che l’agitava.
Il primo tocco d’archetto, la sera di ballo, la trovava sempre al suo posto, accanto alla padrona nel piccolo crocchio di damigelle premurose di non perdere una battuta; silenziosa, sorda a quel che le dicevano; già lanciata col desiderio nel vortice del valzer o della galoppe.
Appena il direttore delle danze aveva gridato il Messieurs à la queue, tutti i suoi nervi scattavano ad un tratto come galvanizzati da una scarica prepotente d’elettricità. Ella era sicura di non rimanere indietro: si buttava fra le braccia del primo cavaliere che le passava innanzi, senza guardarlo in viso e partiva, trascinandolo attraverso la sala, inebbriata, frenetica.