Tutta assorta nello sfogo meccanico delle membra, ella non aveva preferenze, non faceva distinzioni, dimenticava tutto e tutti — anche il marito, che se la vedeva passar innanzi cogli occhi accesi, fissi nelle fiammelle agitate delle lumiere: il suo viso prendeva in quei momenti il pallore brunito fosforescente della passione delle donne del Murillo. Egli, seduto in un angolo, ritto contro lo stipite di una porta, l’aspettava dell’ore intere, la contemplava senza ottenere da lei uno sguardo. Del resto il marito non poteva essere geloso; quando ella ballava con lui mostrava lo stesso piacere o almeno la stessa indifferenza. Ella non pensava all’uomo, ma solo si valeva delle braccia del ballerino.
I sentimenti di Emanuele, usciti dall’ambiente morboso della solitudine di Peveragno, s’erano un po’ alla volta tranquillati. L’atmosfera vivace della società aveva ristabilito un po’ di equilibrio fra i suoi sensi e il suo spirito. La serietà del suo carattere riprendeva, a sua insaputa, stimolata dal pudore, dal decoro del mondo, il sopravvento. Il pensiero ritornava a lumeggiare quella fronte, cui un principio di calvizie precoce rendeva più vasta e più solenne.
L’incontro degli antichi compagni, il riannodarsi di antiche amicizie, lo aveva ricondotto agli studi, alle aspirazioni d’una volta.
Egli era rientrato nel crocchio di quella generosa aristocrazia italiana che, a scapito della propria ricchezza, ad onta dei propri privilegi, preparava le future grandezze del proprio popolo: che rinunziava volonterosa alla patria per darne una a tutti gl’italiani.
I nuovi pensieri, il ritorno di un più alto ideale, dovevano necessariamente smorzare la sua passione — che, d’altra parte, nulla veniva allora a riaccendere.
Veramente, i primi giorni, il trionfo di Luscià l’aveva un po’ inquietato; il vederla passare, la sera di ballo, fra le braccia di tanta gioventù, il vederla sempre circuita da un codazzo di ammiratori lo mortificava. Ma poi s’era calmato: il contegno di Luscià era irreprensibile. Ella attirava tutti, non tratteneva nessuno.
Dopo tre mesi era impossibile avvertire intorno a lei quel diradamento di adoratori, quella progressiva solitudine che segnala la fortuna di un solo: impossibile scoprire nei suoi modi quell’apparente sazietà, quella rinunzia al dominio leggero delle feste, onde si tradisce in una donna la scelta, il concentramento di una preferenza. Non la si vedeva mai seduta negli angoli; invano la si voleva staccare dalla gran sala; fuori di là non c’era per le attrattiva di sorta; non ne usciva che per partire al braccio del marito.
Ella non aveva mai cercato di ricevere, non aveva mostrato alcuna ambizione di prendere un appartamento elegante: la sua stanza non aveva per lei altra importanza che quella d’un camerino d’attrice, in cui ella indossava le sue preziose toelette, di cui era passionatissima.
Tutta la sua vita era fuori, allo sbarbaglio dei lumi, nelle feste, nei teatri, agli occhi di centinaia di persone.
In casa non veniva che qualcheduno dei più fidati amici di Emanuele: uomini seri, innamorati di un’idea, assorti in un grande obbiettivo, i quali non osservavano Luscià più che se fosse un mobile dell’appartamento.