La maggior intimità delle abitudini avrebbe potuto riavvicinarli: e difatti il conte, grato a Luscià della sua docile sommessione, fu verso lei più premuroso. Ma ella non si mostrava più sensibile di prima: s’era fatta pigra, indolente, dormigliona; si ritirava poco dopo l’imbrunire, e spesso all’ora della colazione era in letto ancora; poi, alzata, rimaneva assonnita le poche ore che mancavano a far notte. Questa vita, del resto, le conferiva moltissimo; la sua persona si arrotondiva mollemente, e pareva che la materia soffocasse in lei anche la esigua fiammella dell’anima.

L’unione loro, come tutte quelle a cui mancano affinità originarie, era rimasta infeconda.

Emanuele, poco alla volta, si rituffò nelle sue abitudini, nei fidati colloqui de’ suoi compagni di studii. Egli arrivò a non veder più Luscià neppur una volta al giorno.

L’inverno era incominciato con le sue feste e i suoi numerosi divertimenti; — Emanuele non se ne accorgeva punto: il quartiere dove dimoravano era tranquillo e silenzioso. Quanto a Luscià, colla distrazione del dotto, egli non pensava punto a scandagliarne i desideri. La vedeva sempre calma, sonnolenta, gli pareva contenta, — non chiedeva di meglio.

XXI.

Era allora ministro di Baviera a Parigi un marchese Tornielli, oriundo del Piemonte, congiunto di Emanuele, a cui voleva un gran bene, e non mancava di mostrarglielo coi rabbuffi di un tutore stizzoso e bonario. Egli era uomo sulla cinquantina; ottimo carattere, che le traversie di una carriera stentata avevano ravvolto di una corteccia un po’ ruvida.

Emanuele andava di quando in quando a trovarlo, — e pigliava con un sorriso tra il distratto e il tollerante le sue ramanzine.

Egli biasimava i suoi studi, il suo genere di vita, tutto, ma poi si entusiasmava di tutte le sue idee, e, scapolo, era orgoglioso di lui come di un figlio pieno d’avvenire.

Un dì Emanuele entrò nello studio della legazione. Il marchese era occupato; un usciere aspettava certi premurosi dispacci. Emanuele voleva uscire; ma egli serio serio gli disse di trattenersi che doveva parlargli. Era accigliato più del solito, e di sotto il suo cipiglio trapelava una vera e profonda afflizione.

Finito che ebbe, spedito il corriere, si levò e cominciò a misurare a passi ineguali la camera. Ad un tratto si piantò davanti al cugino: le parole gli scattavano dagli occhi, dalle rughe della fronte scarna. Ma subitamente si voltava e continuava a passeggiare più concitato di prima.