Compiuti appena gli studi di medicina, e divulgatosi il nome del Borrelli nella capitale, si vide tosto circondato da folto stuolo di giovani che lui volevano maestro nelle scienze mediche. E il Borrelli di buon grado secondò quelle istanze, insegnando, in una cattedra dell'ospedale di San Giacomo, la materia medica. Volgendo intanto l'anno 1805, gli amici lo persuasero ad entrare nel foro, dove la sua eloquenza avrebbe trovato un campo piú esteso, poiché prima prerogativa di lui era il parlare facondo e spontaneo. Epperò — tralasciati gli studi di medicina — divenne in breve tempo peritissimo in legge e nel mestiere d'avvocato salí in gran fama non solo in Napoli, ma in tutto il regno.
Amò nel 1807 passionatamente Rosina Scotti, bella e colta fanciulla, che immaturamente morí nell'età di ventuno anni. (Vedi Vincenzo Fontanarosa: Una congiura a Napoli nel 1807 ).
Fu inconsolabile il Borrelli di tale perdita e scrisse versi teneri e pietosi, bellissimi. Da quell'epoca egli lasciò il foro per tornare ancora una volta alla scienza ed alle lettere.
Sul finire di quell'anno vennero in luce i suoi Principii di zoaritmia. Guidato dai risultamenti di vari trovati algebrici, egli spiega in quest'opera — mercé una tavola numerica — i fenomeni principali della vita sana e della inferma; e benché, sí la zoognosia, che la zoaritmia partono dal sistema di Brown, tuttavia sono sparse d'idee originali e vere.
Nel 1809 comincia la vita pubblica di Pasquale Borrelli, perché fu eletto segretario generale della commissione feudale e quindi della prefettura di polizia. Nel quale impiego spiegò carattere di benignità verso i perseguitati e di liberalità verso i suoi subalterni; e si distinse sopra tutto per la eleganza di che faceva uso nella direzione degli atti amministrativi.
Nel 1811, la biblioteca analitica di scienze e belle arti pubblicò una sua prolusione sui poemi di Ossian. La quale, essendo ricca di pensieri originali e nuovi, fruttò bellissima lode all'autore di eruditissimo letterato, nella stessa guisa che da tutti era riputato valentissimo nelle severe filosofiche discipline.
Le sue cognizioni gli valsero la magistratura nel 1813, ed essendo giudice di appello, non sapremmo descrivere come fosse stato attivo, diligente ed accorto nel disimpegno del suo ministero.
Cambiato l'ordine del governo, tornò uomo privato.
Le piú stimabili e ragguardevoli persone della capitale lo visitarono; numerosa clientela ridomandò il suo patrocinio; fu accolto nel foro con una specie di trionfo e le sue arringhe, appena pronunciate, erano pubblicamente applaudite; e d'allora fu gridato sommo e profondo giureconsulto.
Nelle vicende del 1820 e 1821 lo Stato, la provincia e il Parlamento ebbero bisogno di lui. Sicchè lo Stato lo elesse presidente di pubblica sicurezza, la provincia suo deputato ed il Parlamento suo presidente. Sulla sua condotta molto si è detto non che scritto con varietà di giudizio e di passioni, ma noi parleremo, in altro lavoro, piú a lungo e meglio di lui.