Restaurati i Borboni nel 1815, rimase presidente della Commissione generale degli archivii e diè in luce le Nuove ricerche sul bello, ed ebbe assegnata l'annua pensione di 507 ducati con un'indennità di duc. 900 pel soldo che aveva di consigliere di Stato.

Nel venti fu deputato, presidente della giunta provvisoria di governo. Tradita la costituzione, colse il pretesto della sua età e degli acciacchi per ritirarsi in patria.

Altre lettere e memorie pubblicò durante la sua ultima e lunga dimora in Teramo fra le quali è degno di nota il Saggio filosofico sulla storia del genere umano.

Colpito d'apoplessia ai 26 di maggio del 1830, dopo venticinque giorni di malattia morí ai 21 del giugno seguente.

Desiderio Giuseppe[66]. — Non abbiamo precise notizie sulla nascita del Desiderio; sappiamo solo, che, adolescente, fu chiuso nel seminario di S. Agata in Sant'Agata dei Goti e, presi gli ordini superiori se ne venne in Napoli. Quivi, all'università, ebbe diploma di diritto civile e canonico, e, promosso al vescovado monsignor Pezzuoli lo volle seco come maestro nel patrio seminario. Fu subito promosso canonico e, nel 1814 primicerio cantore e poco dopo arcidiacono. Rinunziò al vescovado a Napoli ed a Roma; nel 1820 fu deputato fra i preti. Morí il 1º settembre del 1836, in patria.

Donato Tommaso.[67] — Nel 1793 fu ufficiale maggiore nelle poste di Basilicata e di Melfi, e quando il governo rivoluzionario sei anni dopo lo chiamava direttore generale di quelle di Napoli, si dimise. Uscí di Napoli e visse in Toscana e quindi a Marsiglia.

Quivi fondò una casa di commercio, la quale durò solo quattro anni per le comunicazioni interrotte con la Sicilia dagli inglesi che l'avevano occupata.

Recossi allora a Parigi ove fu ammirato dagli artisti dai quali ottenne ogni suffragio per le estese conoscenze che mostrò in fatto di pittura. Tornato in patria, gli si affidò il segretariato della camera di commercio novellamente istituita. Dopo qualchetempo, durante il regno di Murat, il duca di Gallo, ministro degli affari esteri, lo chiamò a sé dandogli il carico dei consolati e del commercio.

Nel 1816 fu creato direttore del porto franco di Messina e nel 1843 gli onori ed il soldo di amministratore delle dogane.

Morí in patria, ai 12 d'ottobre 1844.