Mi glorio che questo fatto importante, lungamente desiderato e studiato, e prima invano tentato, siasi compiuto sotto gli occhi miei, il 21 aprile.
Cospicui patrioti di ogni classe, nobili ingegni—decoro del nostro, paese—i quali si illustrarono nel preparare e nel comporre ad unità di nazione l'Italia, dal 1821 in poi, militano nel campo della Democrazia e vi milita la gioventù generosa.
E come alla Democrazia riescirà fatto di spandere la sua influenza con l'agitazione che essa verrà promuovendo per la rivendicazione o l'esercizio effettivo della sovranità nazionale, per il men aspro vivere dei diseredati dalla fortuna, per la giustizia sociale, per la libertà inviolabile, una moltitudine di cittadini egregi, che assistono sfiduciati e increduli al governo delle minorità, le quali si succedettero e si esaurirono durante venti anni, s'aggiungerà certamente e rapidamente alle sue schiere.
Oggimai la Democrazia, è un valore di prim'ordine fra i valori costituenti la nazione, è una potenza con cui quelle minorità, di buon grado o di mala voglia, hanno da fare i conti. Le sue varie scuole sonsi collegate e affermate in un ordine di idee e di fini comuni e convennero nell'adozione dell'istesso metodo di apostolato e degli stessi mezzi di agitazione palesi e sinceri dentro l'orbita giuridica—da cui la loro forza—e fondarono la Lega della Democrazia…..
Ogni scuola della Democrazia serba la individualità propria nello svolgimento e nella propaganda delle rispettive dottrine, e ad ognuna appartiene l'arbitrio delle inerenti iniziative, ma ognuna altresì ne risponde. Pur sono sicuro che tutte, animate da un elevato sentimento di carità di patria e guidate da quella sapienza civile che anche le altre genti riconoscono negli italiani, vorranno coordinare la loro opera particolare e specifica, e contemperarla a quella generale del Comitato della Lega».
Il manifesto fu, dicesi, scritto da A. Bertani: del quale giustamente scrive L. Fera (l. c.) «Egli seppe e volle raccogliere l'impeto rivoluzionario popolare delle tradizioni mazziniane e garibaldine per disciplinarlo nel regime normale di libertà e per regolarne il moto traverso un sistema di istituti che progressivamente traducono i nuovi rapporti sociali ed economici».
Un comitato fu costituito nel quale figuravano i migliori nomi della democrazia militante: e della Commissione esecutiva, residente in Roma, nominata da esso, fecero parte: Bertani, Bovio, Campanella, Canzio, Cavallotti, Fratti, Lemmi, Mario, Saffi ed altri, oltre lo stesso Garibaldi.
Repubblicani, come il lettore vede, molti di essi; ma giudicavano dover oramai la repubblica, non essere imposta da faziosi artifici di rivoluzionari, sibbene esser gradualmente preparata, perchè potesse più tardi fiorire spontanea dallo sviluppo stesso delle istituzioni democratiche e della nuova coscienza di popolo che le andava facendo e vi si andava facendo dentro¹. Quindi collaborazione con uomini politici di altri partiti, di Destra anche, per il raggiungimento, via via, di queste riforme, e per assicurarne, contro pericoli varî, le condizioni essenziali. La tutela delle libertà, la difesa delle forze economiche del paese, alle quali bisognavano raccoglimento e parsimonia nelle spese pubbliche, contro i pericoli dell'espansionismo megalomane, gli inizi di una legislazione protettrice del lavoro, quando ancora il socialismo non era entrato nel giuoco dei dibattiti parlamentari, alcune poche riforme democratiche nell'amministrazione, furono il compito del partito radicale in quegli anni.
¹ Scriveva G. Bovio nel 1878: «Cominciamo dal troncare un'ultima illusione: l'E. S. non è repubblicana… (Essa) va fino al suffragio universale. Questa è l'estrema delle riforme delle quali si estima fecondo il principato quando si disposi con la libertà. Estrema delle riforme monarchiche vuoi dire E. S.».
E Bertani, in quello stesso anno (op. cit.):