Poichè, se io mi son bene spiegato, voi intenderete che radicali si è non per la semplice accettazione dei principî democratici e della loro dialettica viva nella storia, ma sì per la calda ed energica volontà operatrice; per le fedi e gli entusiasmi e le intuizioni precorritrici e le audacie di un vigoroso partito di azione. E partito di azione si chiamò, nelle origini e nel periodo eroico, il radicalismo; quando uomini di fede ardente, nella cui vita pura e operosa si rivelava la dedizione a un ideale, uomini come Mazzini, Bovio, Saffi, Mario, Abba, Imbriani, erano ritti in armi contro il presente, e disdegnavano compromessi e opportunismi, battagliando per l'avvenire.
E dove sono caratteri integri e fedi ardenti, quivi la questione religiosa è sentita; poichè religione è il culto sincero ed eroico degli ideali della vita¹. E quando le fedi si stemperano e la volontà si infiacchisce e i combattenti di ieri si lasciano lusingare dai riposi del facile comando e del potere, allora i problemi religiosi sembrano quisquilie di preti e di follaiuoli, perchè langue la lotta per la conquista delle coscienze, per la suscitazione delle fedi nuove. Con il sacerdozio si trova in lotta vera ed assidua solo chi vuol destare e liberare coscienze e suscitar fedi e entusiasmi.
¹ Per questo G. Mazzini—giova ricordarlo—scriveva, nel programma della Roma del Popolo (1872): «Noi possiamo, senza timore di prestare armi al nemico, dichiarare le religioni espressione successiva delle serie di Epoche educatrici del genere umano; e riconoscere eterna nell'anima la facoltà religiosa, eterno il vincolo fra cielo e terra». E, più energicamente (v. Saffi, Scritti, XI, p. 442): «Le religioni muoiono, ma la religione vive eterna nel cuore dell'uomo».
Così, mancando l'interessamento, mancò la critica e la revisione di dottrine e la consapevolezza di situazioni e deduzioni nuove che ne è l'effetto; e l'anticlericalismo divenne luogo comune e diatriba e dimostrazione di folla; fu fatto a sproposito, e senza che alcuno sapesse o dicesse chiaro quel che si voleva. Pochi giuristi studiosi ed insigni raccoglievano, inascoltati, l'eredità gloriosa dei loro antecessori.
Nella prassi, la concezione del clericalismo e dei mezzi di fronteggiarlo fu rinnovata da un moto, prima interno al cattolicismo, poi dai dominatori di questo cacciato fuori e condotto a cercare altrove il suo punto d'appoggio, dal modernismo. Blaterino a lor agio i saccenti ignari che nelle pieghe dell'anima corrotta e venale celano una spontanea simpatia per il prete politicante: io sostengo, non più solo nè inascoltato, che il modernismo religioso, nel suo aspetto politico e nelle sue applicazioni alla politica delle fedi e delle Chiese, era ed è il più autentico radicalismo.
Il modernismo, infatti, non è eresia, non dogma contro dogma, nè chiesa contro chiesa; esso è, nel campo religioso, quel medesimo processo di autocoscienza che abbiamo veduto compiersi nella borghesia, con i grandi moti del razionalismo e del romanticismo, e nel proletariato per opera del socialismo scientifico. Rinnovando dall'interno il fervore religioso e considerando le religioni nel processo delle concrete formazioni storiche, esso ha staccato dalla coscienza cattolica il vecchio dogma e la vecchia gerarchia, che vi aderivano come incrostazioni soffocanti, ed ha colto le religioni nella interna dialettica della praxis che le suscita e le rovescia. Il modernismo non nega, ma spiega; non distrugge ma risolve i dogmi, perchè trova in essi una verità relativa e provvisoria e li riconosce simboli e miti già suscitatori di energie; non distrugge ma smonta l'organismo ecclesiastico, perchè lo ritiene strumento fatto dagli uomini, ma destinato, come tutte le istituzioni sociali, a subire la sovranità riformatrice ed innovatrice dello spirto. Non dice agli uomini: voi dovete non creder questo o creder quello, disertare le chiese o le sinagoghe o le logge; ma dice: qualunque cosa voi crediate, qualunque chiesa vi piaccia, voi dovete credere liberamente, fare delle vostre fedi l'espressione sincera della vostra vita morale e, se la fede è in voi la più intima parte di voi, difenderla gelosamente contro ogni intromissione o sopraffazione, ma insieme rispettare—non solo tollerare—le fedi degli altri, perchè esse sono la stessa coscienza loro. In religione il modernismo non ha che un nemico: l'ipocrisia; e l'ipocrisia, cioè, non una fede, ma l'assenza di una fede e la simulazione e l'imposizione di essa, l'abuso della religione ingenua e esteriore a scopo di dominio, questo esso combatte nel clericalismo.
Ora che cosa altro è la laicità, principio e programma del radicalismo, se non appunto ed esattamente questa dottrina modernista? Se per aver lo Stato laico si dovesse attendere di aver proscritto i cattolici, o fatto tutti i cittadini di una fede, o tutti egualmente senza fede, lo Stato laico sarebbe da attendere per l'anno tremila e si dovrebbe andare verso di esso rinnovando sopraffazioni e persecuzioni di esecrata memoria. Solo di liberi credenti—ed uso questa parola così che essa si applichi ad ogni coscienza, poichè nessuna coscienza umana c'è o può esserci la quale, se cerca sè stessa e la libertà, non ponga a sè i fini e le norme supreme della vita, velate di una nube eterna, ma scintillanti di folgori, mediante la fede—solo di liberi credenti può risultare lo Stato laico; collaborazione serena e cordiale di uomini che l'intimità loro vogliono immune da violenze e passioni di parte o privilegi e coazioni di poteri pubblici, contenti di derivarne la fiamma di un comune ideale civile.
Programma pratico di laicità
Il programma pratico, in materia di laicità, deriva facilmente dalla concezione di questa, che io ho esposto: lotta, con ogni mezzo consentito dalle leggi, contro ogni forma di organizzazione ecclesiastico-economica ed ecclesiastico-politica; obbligo alle istituzioni di convivenza e di educazione clericale di rispettare le leggi; uso consapevole dei mezzi e modi di intervento che, a sua difesa, lo Stato volle conservare, negli affari ecclesiastici; riordinamento della proprietà ecclesiastica¹, amministrata oggi dallo Stato ma vuotata in gran parte di quei fini sociali utili che soli lo Stato protegge; educazione di Stato, dalle elementari all'Università, intieramente e sinceramente laica, abolizione della legge delle guarentigie². Quanto al catechismo nelle scuole, noi non possiamo consentire all'on. Giolitti che il pensiero e il programma dello Stato moderno nella più delicata delle sue funzioni, che è la scuola primaria, sia composto, luogo per luogo, dal sindaco, dal maestro e dal ragazzetto; mirabile concilio di pedagoghi, contro la cui sentenza non c'è appello.
¹ Nel «Patto di Roma», Cavallotti proponeva un prestito «garantito sul residuo patrimonio ecclesiastico, del quale—eccezione fatta dei benefici parrocchiali—e cioè delle rimanenti 336 mense vescovili, dei 400 capitoli cattedrali e dei 286 seminari che letificano l'Italia, sarebbe a decretarsi la conversione, esercitandosi una buona volta il diritto conferito allo Stato persino dallo stesso art. 18 della legge Bonghi sulle guarentigie.