«E vogliate la liberazione sociale da ogni ingerenza del clero nella pubblica istruzione. Generalizzate, vogliate, imponete la scuola comune, laica, ed avrete debellato ogni influenza della Chiesa nell'ordine civile. La legge comune basti per tutti, senza guarentigie che stabiliscano due monarchi, due qualità di sudditi, due poteri».
E nel 1875 egli aveva svolto alla Camera un suo ordine del giorno chiedente l'abolizione della legge delle guarentigie, con sereno spirito di libertà, ritenendo che la legge comune dovesse bastare anche per il papa.
Al riordinamento della proprietà ecclesiastica lo Stato, come è noto, aveva preso impegno di provvedere nella legge delle guarentigie. Esso pareva allora urgente, ed oggi nessuno vi pensa, talmente si è smarrito ogni desiderio di azione o criterio prammatico in tale materia. Senza affrontar qui il complesso problema, sul quale dovrei ripetere cose già scritte, mi basterà accennare ad un provvedimento per il quale molte buone ragioni militano, contro il quale nessuna difficoltà seria può essere addotta—salvo per quel che riguarda i modi di esecuzione—e che le speciali condizioni dell'erario renderebbero oggi opportunissimo: la alienazione e conversione in rendita della proprietà terriera che è parte cospicua del patrimonio degli enti conservati. Le parrocchie—per questa sola operazione—non perderebbero economicamente nulla, poichè avrebbero in titoli di rendita quel che oggi hanno in terre, e ne guadagnerebbe la spiritualità del loro ministero, la quale è dalla Curia di Roma così spesso e volentieri sacrificata ai suoi interessi di dominio terreno; lo Stato intascherebbe il mezzo miliardo (certo non meno; probabilmente assai più; e la colpa dell'incerta previsione non è nostra, ma della scandalosa assenza di qualsiasi dato statistico sicuro) che quei beni valgono, e potrebbe provvedere al gravoso onere tributario lasciatoci dalla guerra libica senza altro peso che quello dei diciassette milioni e mezzo annui di interesse; onere il quale potrebbe essere notevolmente ridotto dalla soppressione economica di talune categorie di beneficî maggiori e dalla perequazione delle parrocchie.
Inutilmente io ho fatto la proposta alla Camera; inutilmente ho pregato taluni dei maggiori uomini della democrazia di dare ad essa l'appoggio della loro autorità. I tempi (cioè le volontà degli uomini) non sono maturi, neanche per una così modesta operazione finanziaria, della quale la vecchia Destra, quando ancora non c'era l'uso di conteggiare nell'ombra i voti dei preti, non si sarebbe certamente spaventata.
Le due concentrazioni
Dalla politica ecclesiastica, adunque, intesa come politica delle chiese e delle fedi, modernista perchè diretta a svincolare lo Stato da ogni forma di confessionalismo e di complicità confessionale e le coscienze da ogni forma di soggezione supina e servile a vecchi credo e istituti, il nuovo partito d'azione prenderà le mosse, ritemprato nel suffragio universale, per un nuovo ciclo di feconde battaglie. Come intorno al partito clericale, a destra, si raccolgono le forze di stasi e di reazione, perchè solo esso possiede una dottrina e una tradizione essenzialmente antidemocratiche, così intorno al partito radicale si raccoglieranno, vinte le pregiudiziali e le secessioni, le difese della democrazia militante e conquistatrice.
E come dall'una parte si va ricostituendo la sovranità effettiva del papa, con i poteri assoluti dell'assistente ecclesiastico nelle organizzazioni economiche—e lo dimostrava testè limpidamente Leonida Bissolati—col dominio del vescovo nelle Unioni popolare e sociale ed elettorale, con le imposizioni formali ai deputati che dei cattolici sollecitano i voti, così dall'altra parte, a sinistra, è necessario ricostituire la sovranità popolare, indice e pratica della sovranità dello spirito umano, perennemente creatore, sulle istituzioni sociali. Ed è da desiderare che, nella nuova legislatura, le due sovranità incompatibili e nemiche, quella del papa e quella del popolo, si schiereranno, vinte le confusioni e le ambiguità opportunistiche, nettamente l'una incontro all'altra.
Questo senso della sovranità dello spirito, e del dio interiore che Fichte vide ascendere con esso, sulle istituzioni sociali, solo nel radicalismo, giova ripeterlo, è conservato integro e puro. Poichè il socialismo ufficiale lo esalta bensì applicandolo al proletariato, grande schiera di oppressi vendicatori, ma lo diminuisce, poi, limitandolo ad esso, che non è tutta la società degli oppressi, e all'economia, che non è tutta la storia. E lo esalta il partito repubblicano, chiedendone una più diretta espressione nelle costituzioni civili, ma lo diminuisce a sua volta non intendendo che il monarcato fu ed è e può essere ancora istituto democratico, sinchè alle ascensioni democratiche non si contrappone, ostacolo e barriera, ma anzi le seconda e le garantisce contro il pericolo che viene da coscienze immature e dall'invidia del costante nemico. Intendere e vedere il monarcato come strumento anche esso, al pari di ogni altra forma costituzionale,—non populus propter regem, sed rex propter populum—di vita, di armonia e di progresso sociale, questa è autentica democrazia, la quale giustifica oggi la lealtà monarchica dei radicali, come giustificherebbe domani, mutate le condizioni, l'insurrezione repubblicana; astrarre dalla realtà concreta e oggettivarlo e farne un istituto estraneo alla dialettica della prassi—fosse anche per combatterlo e rovesciarlo—è eccesso ed errore di frazioni mal vive, inacidite ed irritate dall'ostilità di eventi che esse non seppero dominare.
La trasformazione dello Stato
Ho cercato di delinearvi, sin qui, il partito radicale e il radicalismo come tradizione e concezione generale della vita e tendenza politica; e di dire in che cosa esso differisce dalle altre frazioni e gruppi e scuole politiche presenti.