Ma ad un partito di avvenire e di governo insieme—e in questo essere il radicalismo partito di avvenire e di governo a un tempo è la sintesi di quanto abbiamo detto—conviene chiedere qualche cosa di più; sapere quali precisi compiti di riforma assegna alla sua prossima attività di partito parlamentare, sia esso all'opposizione o al governo.
Poichè lo stesso compito dei partiti di opposizione, che già parve così facile, dovendo esso limitarsi alla critica di ciò che gli altri facevano, è difficile in un periodo, come questo, di transizione, nel quale un partito moderato esiste anche esso come tendenza diluita e diffusa, non come preciso proposito di governo. Sicchè ai partiti di avvenire incombe l'onere di creare in qualche modo, da che le occasioni non la offrono, la ragione del dissenso e del contrasto politico.
E questa vi sarebbe nell'anticlericalismo, come abbiamo detto. Ma l'anticlericalismo, la ripresa e la prosecuzione della lotta per la libertà religiosa e la laicità dello Stato, non può essere da solo programma di governo; deve essere anzi, secondo che ho detto, quasi il nucleo centrale e lo spirito animatore di tutto un fecondo moto di rinnovantesi e rinnovante democrazia.
C'è una parte, sempre ripetuta e sempre rinviata, del programma radicale, la quale può forse essere per noi la freccia indicatrice, in questa nuova ricerca: il decentramento, la tutela e l'incremento delle autonomie locali, le riforme dell'amministrazione statale centrale, della burocrazia; formidabile groviglio di difficoltà che il nostro partito sentì sempre, ma contro il quale non ha osato ancora, cimentarsi, se pur qualche volta non ha contribuito ad aggravarlo ed accrescerlo.
Poichè non solo esso vide venire alla tribuna legislativa innumerevoli proposte di incremento di burocratici, di complicazione degli organi della pubblica amministrazione senza quasi muover lamento; ma appoggiò e favorì le richieste degl'impiegati, subì, salendo e partecipando al governo, il sistema d'invasione perturbatrice del potere legislativo nel campo dell'amministrazione, di questa nel campo della vita locale.
Sono stati aumentati in questi ultimi anni gli stipendi di tutte o quasi le categorie dei funzionari dello Stato. Ed era giusto; e non si è ancora fatta ad essi una posizione conveniente: ma ogni aumento di stipendi si aggiungeva a un aumento di organici, e le due cose parvero quasi una sola.
Le attività e le funzioni dello Stato crescono, e cresce anche per questo verso la burocrazia. Talora si provvede con amministrazioni autonome, come nel caso delle ferrovie o delle assicurazioni vita; ma, in questo caso, tali amministrazioni si burocratizzano; sicchè, in sostanza, viene a esser la stessa cosa.
Delle due, dunque, l'una: o sbagliava la democrazia quando essa intravedeva nel moltiplicarsi ed estendersi degli organi dello Stato un pericolo per la vita pubblica e, ad ogni più solenne affermazione del suo pensiero, tornava ad iscrivere il decentramento fra i suoi postulati fondamentali; ovvero essa non è ancora riuscita a vedere chiaro, nè l'istinto, sicuro ma impreciso, a tradursi in proposito consapevole.
Io credo che questa seconda cosa è la vera.
L'amministrazione centrale, già così mastodontica, così lenta nel lavoro, esigente nelle rimunerazioni, complicata nei controlli, si accresce ogni giorno, centralizza sempre più, escogita, come rimedio ai mali dai quali è afflitta, nuovi controlli e nuove complicazioni, riuscendo così ad aggravare, nell'insieme, il male. Pesa sempre più sulle amministrazioni locali, alle quali resta ancora una larva di autonomia, trasformandole in altrettanti uffici burocratici. Vincola a sè più strettamente il potere esecutivo, via via che, attenuandosi le divisioni di partiti, il Ministero non è più governo di un partito, ma partito del governo contro gli uomini che gli dispiacciono; ed essa gli rende servigi politici ed elettorali¹.