E lo Stato è anche indebolito da queste organizzazioni, in molti modi. Spesso, ad es., si determinano dei conflitti complicati, minaccianti l'ordine pubblico, che esso non ha modo di scongiurare o di reprimere, perchè sono fra forze organizzate, che hanno fondi di guerra e disciplina ferrea e una tattica loro, lungamente meditata. Altri sindacati sono così forti e vasti che non riesce ad essi difficile creare, anche contro lo Stato, un movimento di opinione pubblica che lo trascini.
Altri, poi, investono da vicino l'opera stessa dello Stato, e sono i sindacati dei funzionari pubblici. Discutere se questi abbiano o no il diritto di sciopero è vano; poichè si tratta solo di un fatto che per i sindacati è un'arma delicata, ma necessaria (almeno come minaccia) di rivendicazione di classe, e che lo Stato, da sua parte, vieta e cerca naturalmente, quanto e come può, d'impedire.
Dove due forze tendono a misurarsi e a lottare, il diritto è il segreto che il conflitto chiude nel grembo.
L'Italia non può, senza gettare improvvidamente i germi di una rivoluzione sociale, porsi contro questo moto di organizzazione sindacale. Con il suffragio universale essa è giunta all'estremo delle riforme genericamente democratiche e formali; conviene ora affrontare la questione sostanziale, quella cioè del nuovo assetto delle forze sociali e dei rapporti fra esse e i poteri pubblici.
Ma anche accettare e secondare il moto dei sindacati lo Stato non può se insieme non li domini con una visione più alta di equilibrio e di armonia, e se non cerchi e non trovi nel corpo sociale delle forze con le quali sia capace di fronteggiarli ed imporre ad essi i loro limiti.
Due vie per giungere a questo ha lo Stato aperte dinanzi a sè: appoggiarsi sui ceti medi, farsi interprete degli interessi generali dei consumatori.
I ceti medi, per la loro stessa struttura sociale, per la molteplicità e complessità dei servigi che rendono, per la iniziativa individuale che richiedono, sono i meno capaci di organizzazione rigidamente sindacale; anche essi hanno bisogno di solidarietà e di organizzazione: ma di una organizzazione varia, molteplice, plastica e adattabile. Il piccolo proprietario rurale, l'artigiano, il piccolo commerciante, questi tre grandi strati sociali, non fanno blocco così facilmente come il salariato, l'impiegato, l'industriale, il grosso proprietario; ed essi sono sopra a ogni altro minacciati dalle esorbitanze e dal prepotere dei sindacati. Su di essi quindi lo Stato deve appoggiarsi per contenere questi nei giusti limiti, per circondarsi di una opinione pubblica la quale lo accompagni e lo assista nel suo difficile incarico¹.
¹ Un saggio suggestivo di questa concezione nuova del radicalismo sociale si ha nello scritto di MASSIMO FOVEL: Intorno a una democrazia radico-sociale. Rivista d'Italia, ottobre 1912.
Politica dei consumi e finanza democratica
In secondo luogo, mentre i sindacati sono di produttori, sta dinanzi e di fronte ad essi l'interesse dei consumatori e specialmente di quei consumatori—e sono la grandissima maggioranza—-per i quali ogni aumento notevole di costo delle merci o dei servizi pubblici sarebbe oramai gravissimo, ogni diminuzione utilissima.