Verso di essi, troppo sovente presi di mira e tartassati dal fisco—il nostro sistema tributario grava particolarmente sui consumi, ai quali chiede quasi un miliardo e mezzo delle sue entrate—, sfruttati dai monopoli e dal protezionismo cui lo Stato fu così largo di appoggio, questo deve oramai andare con coraggio e con fiducia; e rinnovare gradatamente e prudentemente, ma sostanzialmente anche, il suo sistema tributario, spostandone l'onere verso gli alti redditi e la ricchezza.

Meravigliosa è stata, come taluno disse, la pazienza del contribuente italiano: ma si rischia di spingerla al limite estremo riversando sui consumi popolari il peso degli oneri nuovi che si annunziano per la finanza italiana, oneri che saranno non leggeri, comunque si voglia far fronte ad essi, o con prestiti o con imposte.

Finchè di pari passo con le spese cresceva il gettito delle imposte vigenti e qualche leggero ritocco di tariffe e tasse potè portare non lievi incrementi, non si osò affrontare una riforma tributaria su larga base, che avrebbe turbato e sconvolto l'economia nazionale; e si diceva che convenisse attendere un periodo di più sicura floridezza per tentare. Oggi, invece, sarà l'opposto criterio che prevarrà. E in un momento difficile per l'Europa e per noi, di spese crescenti, di preoccupazioni intense, le quali non saranno così facilmente sopite, di crisi di talune industrie e di scarsezza di denaro, converrà osare un riordinamento tributario che abbia insieme l'effetto di aumentare le risorse dell'erario e dei comuni e di sgravare i consumi popolari.

Possono le classi ricche italiane sopportare il nuovo onere? Io non mi addentro nell'esame delle proposte fatte o di nuove imposte o di riduzioni e dei loro probabili effetti, una volta che venissero adottate. Ma trovo ovvio ed accettabile il pensiero dei liberisti, i quali vogliono che alle esigenze opposte e concorrenti dell'erario e dei consumatori sia sacrificato senza ritardo il vantaggio di quelle piccole categorie di industriali ai quali il protezionismo permise di intascare lauti guadagni: gli zuccherieri, innanzi tutto, ed il trust siderurgico.

L'abolizione del dazio sul grano si impone anche essa, se il diritto al pane deve essere considerato dalla democrazia come uno dei più sacri e fondamentali, l'imposta su di esso come la più odiosa che sia possibile immaginare. Riconoscere che essa dovrà tuttavia aver luogo per graduali e lente diminuzioni, perchè l'economia agraria e l'erario non ne siano troppo gravemente turbati, è rendere omaggio, nell'interesse stesso dei lavoratori, alla dura necessità delle cose. E si dovrebbe esser soddisfatti se, nel corso della nuova legislatura, si potesse tentare una riduzione di L. 3.50 il quintale. Al di sopra di ogni preoccupazione e timore d'indole strettamente finanziaria e fiscale deve essere la sicura fiducia e la certezza che facilitare la vita del popolo, e con esso tutte le molteplici attività creatrici della ricchezza, non può in alcun modo significare metter l'economia nazionale in grado di contribuire meno largamente che oggi non faccia, e con più sacrificio, all'erario pubblico. Qui, come in ogni campo, l'idea è la più profonda e ricca realtà.

Esercito e spese militari

Quando scoppiò la guerra di Libia fu fatto rimprovero al partito radicale di non aver preso nell'opinione pubblica una posizione dirigente e di aver quasi velato il suo pensiero in proposito.

Ma che cosa gli sarebbe convenuto fare o dire? Esso era davvero equidistante dai due estremi: dal piccolo gruppo della spavalderia nazionale che andava invocando da tempo la guerra vittoriosa, senza neanche sapere contro chi, e solo per un rinascente istinto di dominio e di egoismo (e da questa paternità la parentela, rivelatasi poi, con il partito clericale, antinazionale per definizione… pontificia), applicato all'esame dei problemi nazionali; e dal partito socialista ufficiale, che dell'impresa non volle vedere la necessità storica e l'importanza—sia pure lontana—per gli ulteriori sviluppi della cultura italiana ed umana.

Nè amavamo confonderci nei facili entusiasmi della anonima maggioranza; pensosi soprattutto delle difficoltà che il peso della guerra poteva creare agli ulteriori sviluppi della politica sociale nel nostro paese. Poichè, se sarebbe stato indegno dei continuatori del grande sforzo rivoluzionario non vedere la bellezza ideale e l'efficacia profonda del gesto di una generazione di italiani che sacrifica vite e denaro alla continuità ed alla grandezza futura della patria, era pur doveroso vigilare che il sacrificio fosse strettamente commisurato alle necessità dell'impresa e non ci conducesse alle audacie ed ai rischi di una politica spavalda e di crescenti spese militari.

Chiusa la guerra, noi siam qui per ricordare che la politica italiana deve essere, dal punto di vista militare, essenzialmente difensiva e nell'opera diplomatica pacifica e acceleratrice di pacifici accordi, anche per la limitazione degli armamenti. Gravarci, come pretendono far i socialisti ufficiali, della responsabilità dei sogni e delle pretese del «militarismo» è assurdo. Noi sentiamo che le spese militari schiacceranno l'Europa continentale, che essa va diventando una grande caserma, che è pazzo profondere tanto denaro negli armamenti. Ma quale capo di Stato si assumerebbe la responsabilità del disarmo, anche solo parziale, del suo paese? Faccia ogni gruppo e ogni partito quello che può per rimuovere ragioni di conflitto, per moltiplicare rapporti amichevoli, per prevenire le guerre, per contenere le spese: noi saremo volentieri fra i primi.