¹ Diceva Bovio nel discorso in morte di B. Cairoli: «Sulle rovine dei vecchi partiti suonò arguta l'ironia del vecchio (Depretis) e si rise spensieratamente fino a Dogali». E rispondendo il 30 marzo nella Tribuna a Francesco Crispi, il quale aveva detto pochi giorni innanzi alla Camera: «Non c'è più nulla di partiti parlamentari alla Camera; i partiti politici sono morti ai piedi del Campidoglio», scriveva: «Chi consegna all'archeologia i vecchi partiti ufficialmente ha il dovere di accennare non le sue idee ma dove sorgono i partiti nuovi. Se egli non li vede o li ha in dispetto, sostituisce sè alla storia».
L'on. Fera aveva detto, in sostanza, al presidente del Consiglio: noi radicali siamo una tradizione, una dottrina e una tendenza; tendenza di affrancamento dell'anima italiana dal dominio del prete, di riforme radicali nella finanza e nell'amministrazione, di conquiste sociali. Intende, l'on. Giolitti, continuando a valersi della partecipazione e dell'appoggio nostro al suo governo, continuare a secondare questa tendenza, far suo, per quanto le esigenze di una politica positiva permettono, questo programma? Intende avvalorarlo con le forze che un governo può legittimamente ed onestamente, dare alla diffusione nel paese delle idee ed al prevalere degli uomini di parte radicale?
E l'on. Giolitti rispose schermendosi; osservo che all'attuazione del programma di questo ministero, il quale era piaciuto ai radicali, uomini di tutti i settori della Camera avevano concorso; disse di sentirsi radicale anche lui, se radicalismo era intento positivo e realistico di riforme, ma di non vedere quale programma, di tutti i radicali e solo di essi, proponesse l'on. Fera al governo; mentre invece pareva a lui che anche nel partito radicale fossero molte opinioni diverse, se non addirittura tot sententiae quot capita; esser quindi meglio non insistere; non tentar neanche di definire; perchè omnis definitio periculosa.
Non so se proprio il collega Luigi Fera inducesse con il suo discorso il presidente del Consiglio ad occuparsi del gruppo radicale. Certo l'occasione fu buona; ma le parole dell'on. Giolitti rivelavano un pensiero che doveva esser spuntato da tempo e maturatosi poi del malumore di molti giolittiani e assumere, nel momento opportuno, importanza di una chiara designazione di tattica elettorale del capo del Governo.
Della legittimità e dell'opportunità della partecipazione dei radicali al ministero Giolitti dirò brevemente appresso.
Qui giova notare come chi conosca, le più certe tradizioni della politica giolittiana dovè prendere quell'accordo per ciò che esso valeva nel fatto e nell'atto, senza sperarne un valore programmatico e di avvenire. Valeva per quello che i radicali erano e potevano quando fu stretto, non perchè ulteriori conquiste fossero dall'accordo assicurate ad essi; significava consenso in punti di programma definiti—quelli che poi l'opera legislativa venne attuando non indirizzo recisamente democratico-radicale dato al Governo per la preparazione di una nuova situazione politica, al radicalismo ancora più favorevole.
E quando il lato, diremmo, positivo dell'accordo era quasi esaurito, dinanzi ad una Camera moribonda e senza opposizione, conveniva all'on. Giolitti, per tranquillizzare i suoi, e ripigliare intera—se pur ce n'era bisogno—la sua libertà dinanzi e di sopra ai partiti, metterne in rilievo il lato negativo.
E del resto, anche da parte dei radicali, l'andata al potere insieme con l'on. Giolitti fu riconoscimento di una situazione di fatto più forte di ogni riluttante proposito, e che la loro permanenza nel ministero, lungi dal modificare, ha consolidato.
Molti deputati sono—l'on. De Bellis lo dichiara a ogni momento—giolittiani, non ministeriali. Votano anche proposte radicali, purchè sieno persuasi che esse vengono dall'onorevole Giolitti; questi deve esser garante della bontà del programma e, rimanendo al potere, della saggezza delle applicazioni. Hanno tollerato i radicali al potere, non tollererebbero certo un Giolitti trascinato dai radicali, poichè questi non sarebbe più il loro Giolitti.
Poichè questa è la situazione, bene fecero e fanno i radicali a prestare il consenso e l'opera loro là dove essa è chiesta per l'attuazione di riforme che essi vollero e come riconoscimento della forza che l'idea radicale ha nel paese e parlamentarmente; ma è loro dovere, è per il partito suprema esigenza, non lasciarsi imprigionare dalla mutevole situazione parlamentare, e cercare di modificarla nelle feconde agitazioni della coscienza e dell'opinione pubblica. In più ampi cicli di attività democratiche il partito deve rinnovarsi, per il governo o per la battaglia.