Un giorno veniva da Roma notizia di qualche liberalità del Pontefice, e le signore comparivano subito in teatro coll'abito bianco e giallo. Era la notizia della costituzione di Napoli? tutti gli uomini portavano in un batter d'occhio il cappello alla calabrese. La polizia proibiva i cappelli, e tre giorni dopo tutti vestivano abiti di velluto-cotone della fabbrica di Vaprio. Che cosa voleva dire? nulla; ma la polizia se ne inquietava ed era una ragione per farlo. Chi desse queste istruzioni, chi regolasse queste dimostrazioni, non si sapeva e non si cercava di sapere. Erano nell'aria, nell'istinto, nel cuore. Uno sconosciuto vi mormorava nell'orecchio: domani a Porta Nuova, e si andava a Porta Nuova; vi mettevano nelle mani un bigliettino: stasera in piazza del Duomo, e la piazza del Duomo si stipava di gente. A far che? non sempre lo si sapeva; nulla, molte volte; ma questa concordia di voleri, questa facilità di comunicazioni e di diffusione era una gran disciplina. Bisognava pure sapere se ad un dato momento, se nell'ora del bisogno, del pericolo, i direttori di una rivolta avrebbero potuto contare sulla popolazione, sull'attitudine sua a moversi, a credere, ad ubbidire. A ciò giovavano le dimostrazioni. E chi le pensava o le dirigeva — se erano pensate o dirette — compieva ufficio serio e patriottico; esercitava a manovre senz'armi un popolo a cui presto le armi dovevano darsi.
Per non so quale costituzione italiana, si disse un giorno che la domenica successiva bisognava andar tutti in Duomo all'ultima messa. La polizia fece spargere voce che avrebbe mandato travestiti trecento satelliti, i quali, al menomo grido, avrebbero menato le armi a dritta e a sinistra. Forse diecimila cittadini si assieparono in Duomo, un migliajo di donne, nobili e popolane; e sulla piazza, dinanzi al palazzo vice-reale, erano puntati i cannoni, intorno e dinanzi ai quali si fermavano, con disdegnosa noncuranza, i cocchj dei dimostranti.
Il governo fremeva; aveva soldati e bombe e forche e guardie di polizia, e non riusciva ad impedire una dimostrazione, a spaventare un monello. Domandava a Vienna che cosa si dovesse fare, e da Vienna rispondevano, meravigliandosi che non sapesse fare. Voleva trovare ad ogni costo il Comitato che metteva in tutto questo subbuglio la città. Si disse allora — o probabilmente un bello spirito immaginò — che un cittadino, affermando ad un commissario di polizia la sua conoscenza dei segreti del Comitato, lo avesse condotto sulla guglia del Duomo, e di là, mostrandogli il circuito delle mura, gli avesse detto: eccovi il Comitato! Si stampavano e s'introducevano libri, pubblicazioni, che il governo sapeva distribuite a migliaja e che non riusciva a sequestrare. Le poesie del Giusti, gli scritti del Mazzini, del Guerrazzi uscivano da tipografie clandestine. Il Nipote del Vesta-Verde creava a un linguaggio convenzionale che gli Austriaci non capivano e che al popolo dava tono e speranze. Il Correnti scriveva l'Austria e il suo avvenire, il Torelli i Pensieri sull'Italia (Anonimo Lombardo), Anselmo Guerrieri, l'Austria e la Lombardia, Luigi Sala intimava, in un opuscolo Un ultimo consiglio all'Austria, le condizioni a cui avrebbe potuto il movimento rivoluzionario rallentare del suo cammino e della sua energia.
E il governo non sapeva nulla, non trovava nulla. Arrestava a tentoni, sbandiva ora l'uno ora l'altro, credendo di colpir giusto. Frugava nomi tra la borghesia e la nobiltà; ora mandava a domicilio coatto Ignazio Prinetti e Manfredo Camperio; ora deportava il conte Rosales, il marchese Soncino, il principe Falcò.
Ma il Comitato non si trovava; le dimostrazioni continuavano; i monelli crescevano d'audacia e d'impunità. Sulla porta della casa Arconati, dove abitava il maresciallo Radetzki, s'era scritto, proprio a ridosso della sentinella: appartamento d'affittare; ogni notte l'Uomo di pietra era fregiato di motteggi e di bosinate; infamia a Bolza, fu trovato una mattina inciso in pietra dinanzi alla porta della sua casa; da un balcone di un palazzo disabitato sul corso di Porta Romana penzolò per molte ore un pomo appeso ad un filo, colla leggenda sopra un cartello: il pomo è maturo.
Gli studenti liceali erano oggetto di molta sorveglianza; ma era materia difficile a plasmare. Un giorno, nel liceo di Porta Nuova, compare con gran solennità il conte Folchino Schizzi, Direttore delle Scuole; Achille Mauri, che faceva la sua lezione, cessa di parlare senza scendere dalla cattedra. E noi zitti e attenti. Il conte Schizzi, dopo un preambolo, ci spiega che il governo non può approvare, — probabilmente per le condizioni dell'Europa — l'abitudine da noi presa di portare la fibbia del nastro dei nostri cappelli a sinistra piuttosto che a dritta. In un baleno le fibbie furono slacciate e i nastri piovvero a dozzine sul pavimento. Il conte Schizzi si ritira in buon ordine. Ma il giorno dopo s'era inventato di portare il cappello senza nastro e di strisciare a rovescio una parte del pelo, in modo da sembrare una piuma. La polizia s'inquietò ancora di queste piume. Rinunciammo ai cilindri e adottammo il cappello all'Ernani. Si sarebbe continuato così per mesi ed anni.
I giovani, a cui l'esperienza odierna dei pubblici affari è stata maturata dalla fortuna di libertà già fatte e di più facili studj, potranno certamente sorridere di queste politiche e di questi entusiasmi. Ma gli uomini che vi sono passati attraverso, colla coscienza di aver preparato con quegli entusiasmi la possibilità delle future politiche, una cosa sola desidererebbero: poter cambiare qualche anno di vita con una settimana di quella sublime spensieratezza; con un giorno di quella forte voluttà della patria, cui nulla allora turbava, — nè tarlo di sfiducia, nè ire implacabili di fazione, nè presagio d'incredibili indifferenze.
Stanca di far ridere, l'Austria cercò di far piangere. E vi riuscì. Quello a cui non riusciva mai, era d'impedire, di trattenere.
In tutto l'anno 1847 di collisioni sanguinose non v'era stata che un'occasione, l'8 settembre, quando si celebrò con grande solennità civile e chiesastica l'ingresso dell'arcivescovo Bartolomeo Romilli.