Il cardinale Gaisruck era morto alcuni mesi prima; austriaco di nascita e di convinzioni, ma uomo assennato, benevolo, conciliante, largo nelle idee religiose e nel consorzio sociale. Lo si diceva, — con fondamento — figlio illegittimo dell'imperatore Leopoldo; certo del padre aveva le tradizioni prudenti e riformatrici nelle questioni ecclesiastiche. Voleva i preti in chiesa; avverso ai conventi, che nella sua diocesi, finchè visse, non lasciò pullulare, teneva in casa sua riunioni settimanali, di uomini e di signore. Migliore nel complesso del successore suo; ma questi era italiano, era nominato da Pio IX; bastava perchè destasse senz'altro l'entusiasmo o le forme pensate dell'entusiasmo. L'illuminazione, la folla, le grida diedero sui nervi alla polizia. Viva il Papa, era allora un grido fazioso, ma era quello che sopratutto i popolani ripetevano con maggiore frequenza. Il direttore generale Torresani se ne aperse coll'antico stromento d'ogni iniquità poliziesca, il conte Bolza. Questi era uomo spregevole; padre di famiglia, viveva in concubinato e lasciava che la moglie si procurasse compensi; spartivano gli utili. Il governo austriaco se ne serviva, ma lo dipingeva sinistramente; in un rapporto, trovato in seguito, fra gli atti della Direzione generale di Polizia si dice di lui: “Suo idolo è il danaro, da qualunque parte venga, poco importa; napoleonista fanatico sino al 1815, dopo, austriaco in egual grado, e domani turco, se entrasse Solimano in questi Stati; capace d'ogni azione, tanto contro il nemico, quanto contro l'amico; non si conosce la sua morale nè la sua religione.„ Turco non divenne, perchè Solimano non era venuto; ma è morto vecchissimo, pochi anni fa, a Menaggio, in odore di repubblicano.

Il Bolza era però uomo risoluto e non recedeva da nulla. Appostò parecchie dozzine di satelliti nel cortile dell'arcivescovado, e quelli, ad un ordine dato, uscirono sulla piazza Fontana e calarono sulla folla fendenti di daghe. La folla, inerme, reagì; l'arcivescovo, inorridito, scese tra il popolo a rimpiangere, a benedire; e la scena si ripetè per due giorni. Parecchi rimasero feriti, uno fu morto. Il municipio denunciò i fatti al Governatore, protestò altamente contro i soprusi della polizia. S'incoarono processi contro arrestati, e i processi finirono, — pure essendo tribunali austriaci — colla condanna di agenti di polizia.

Nel complesso, quei fatti non ebbero altra conseguenza che di stringere in maggiore solidarietà le masse popolari coi patrizj e coi borghesi, di rendere più intenso ed universale il proposito della rivoluzione.

Visto che quel sangue non era bastato, si deliberò versarne in maggior copia. E poichè della polizia trionfavano i tribunali, entrò di mezzo l'esercito ad assumere francamente il cómpito dell'assassinio.

Il maresciallo Radetzki da lungo tempo domandava sussidio di truppe e poteri militari straordinarj, per sostituire quella che gli pareva fiacca politica dell'autorità civile, del Governatore, del Vicerè. Si vantava che avrebbe fatto rinnovare a Milano le stragi di Tarnow; e infatti s'era inviato a Pavia per contenere gli studenti il colonnello Benedek, trucemente mescolatosi in quelle stragi, e a Brescia si mandava un giudice Breindl, fratello al noto carnefice degli insorti polacchi.

Ma il Metternich si baloccava in dispacci. Aveva pensato e scritto per quarant'anni che gl'Italiani erano impotenti a battersi, e non voleva all'ultima ora ammettere d'essersi potuto ingannare. Per far qualche cosa mandò un diplomatico, il conte di Ficquelmont. E se ne attendeva mirabilia. Sono veramente miserabili le istruzioni che dettava, in circostanze così imponenti, il principe di Metternich. Al Vicerè scriveva essere chiaro che “le Gouvernement lombardo-vénitien reste paralisé s'il lui manque l'élément politique et diplomatique. Il fallait donc offrir à Vôtre Altesse le concours de la diplomatie, et c'est pour cela que le comte de Ficquelmont a été mis à votre disposition. Je n'aurais pas pu faire un meilleur choix.„

A questo inviato poi, che doveva essere il tocca e sana del Governo lombardo-veneto, dava norme e informazioni meravigliose per ingenuità. Lo incaricava, a quei lumi di luna, di “chercher à faire rentrer le Piémont dans notre alliance.„ Trovava tutto il guajo in due cose: l'influence du club des Lions e le manque d'action gouvernementale chez ceux qui sont chargés de gouverner. Dichiarava che se avesse governato a Milano, non avrebbe esitato — coraggio antico — a chiudere il club; e, quanto al secondo guajo, ordinava con un decreto una Conferenza giornaliera a Milano, composta del Vicerè, del Ficquelmont, del generale Wratislaw, del Torresani e del barone Salvotti; metteva questa Conferenza in relazione diretta con un'altra che si teneva a Vienna sotto la presidenza del conte di Hartig. E, avendo così regolato con due organismi burocratici l'action gouvernementale, credeva d'essersi liberato della rivoluzione.

Questa intanto aveva preso, dalla missione stessa del Ficquelmont, un avviamento anche maggiore. Agli antichi centri d'agitazione patriottica, della borghesia, del patriziato, del clero, dei popolani, se n'era aggiunto un altro, l'ultimo al quale si avrebbe potuto pensare, l'unico che mancava: l'alta burocrazia, il partito conservatore. L'Austria non aveva più nessuno per sè.

Alla Congregazione Centrale, larva rappresentativa di città e di provincie, che aveva posto e grado e uniforme di magistratura governativa, un bergamasco, il consigliere Giovan Battista Nazzari presentò formale istanza perchè “scegliesse una Commissione, composta d'altrettanti deputati quante sono le lombarde provincie, incaricata di redigere un rapporto sulla condizione del paese e sulle cause del malcontento del popolo.„ Come si vede, la proposta era discreta. Una Commissione! quante non se ne nominano al dì d'oggi? Pure, la situazione era così piena di brage, che l'atto parve audacissimo e destò un altro entusiasmo. La Congregazione Centrale accolse subito la proposta; le Congregazioni speciali delle varie provincie vi fecero adesione; il Governatore tentò invano di snaturare la proposta; Nazzari tenne fermo, e al suo domicilio furono portati quattro mila biglietti di visita. Il maresciallo Radetzki dichiarò che quei quattro mila biglietti esigevano quaranta mila soldati.

La mozione, discussa e votata dalla Congregazione Centrale, conchiudeva a quella domanda di Costituzione speciale pel Lombardo-Veneto che il generale Bellegarde aveva promesso fin dal 1814 e che era stata così slealmente dimenticata.