Ma il principe di Metternich aveva, sulla questione lombarda, altre idee. Scriveva al conte di Ficquelmont[57]: “Voulez-vous un jugement de ma part que vous n'avez peut-être point encore entendu prononcer, et qui, à mon avis, renferme la vérité sur l'une des grandes fautes commises par notre Gouvernement dans ses relations avec ses administrés italiens? vous le trouverez dans ce peu de mots: “Nous les avons ennuyés.„ Le peuple qui veut le panem et circenses ne veut pas être ennuyé. Il veut être gouverné avec une main ferme et amusé.„
E per tradurre in pratica un programma così solennemente annunciato, il principe di Metternich e il conte di Ficquelmont deliberavano la grave risoluzione politica di mandare a Milano.... Fanny Elssler, prima ballerina nel teatro alla Scala.
A questa gran macchina politica rispose uno dei soliti inviti anonimi, di cui amiamo citare un brano perchè ci riconduce nel più fitto di quel singolare movimento:
AI MILANESI.
“Un altro sacrificio, fratelli! Bisogna assolutamente astenersi dal teatro alle rappresentazioni dell'Elssler. Cedete il luogo ai Tedeschi che vorranno applaudirla anche in nome nostro. L'Elssler fu benefica verso i poveri, ed abbiasi tutta la riconoscenza, non il sacrificio del nostro decoro. Perchè non si possa dire: i Milanesi furono vinti dai vezzi di una ballerina, è necessario esserne lontani. La silfide può diventare una sirena ed ammaliarvi. Il silenzio di mille può essere guasto dall'applauso di pochi.„
È inutile soggiungere che il consiglio fu rigorosamente rispettato. La Elssler danzò ad esclusivo uso e consumo degli ufficiali austriaci. L'impresa della Scala fu una delle prime vittime del patriotismo. In una di quelle sere non s'aprirono che quattro palchi e si fecero nove biglietti. Una sera soltanto, gran folla e grande allegria; tutti i palchi pieni di dame. Gli ufficiali austriaci non sapevano che pensare di questa novità; — era giunta la notizia dell'insurrezione di Palermo. Il teatro tornò vuoto il giorno dopo.
Fu ai primi di gennajo che il dramma volse a tragedia.
La dimostrazione escogitata pel primo giorno dell'anno era di carattere più serio delle altre. Bisognava astenersi dal fumare, per danneggiare anche ne' suoi cespiti più vitali la finanza degli oppressori. L'invito che a quest'uopo era stato diramato s'appoggiava ad argomenti curiosissimi. Diceva fra le altre cose: “mal s'addice il fumo del tabacco fra le dolci aure olezzanti dei fiori d'Italia.„ La rettorica fu perdonata al Comitato in grazia della politica. Non era un pensiero nuovo. Già fin dal 1760 in Lombardia s'era adottato per alcuni giorni questo partito per dimostrare l'antipatia che suscitava la Ferma Generale. In America, la rivolta delle colonie inglesi era appunto cominciata con un'agitazione di questa natura, astenendosi di prendere il thè per non pagare la gabella che lo aggravava. In ventiquattr'ore, come al solito, il nuovo espediente fu conosciuto in tutta la Lombardia, e dappertutto, come al solito, vi si obbedì. Vecchi ed ostinati fumatori buttarono sulla via le loro provvigioni di zigari e da un'ora all'altra quella che pareva abitudine impossibile a sradicarsi completamente cessò.
Più che il danno, l'ira tolse ogni lume di moderazione alle autorità militari. Senza accordi nè col Fiquelmont, nè col Governatore, nè col Vicerè, trattarono Milano come paese di conquista. Il primo giorno, si limitarono a fare sfoggio di zigari sulle labbra dei loro ufficiali. A questi la moltitudine non si oppose; erano le persone in abito civile che s'invitavano, prima colle buone, poi colle brusche, a gettare lo zigaro. Solamente a un atto provocante di un giovane capitano, uscito da magnanimi lombi, che sulla porta di un caffè[58] affettava di cacciarsi in bocca tre o quattro zigari, fu risposto con una ceffata che ruppe fra i denti gli zigari al petulante ufficiale. Era il conte Gustavo di Neipperg, figlio di quell'Adamo Adalberto, conte di Montenuovo, che trent'anni prima aveva consolato de' suoi omaggi la moglie, non ancor vedova, del prigioniero di Sant'Elena.