Il secondo giorno, torme di sgherri travestiti, di canaglia uscita dalle prigioni, percorsero, provocando, le vie, a zigaro acceso, gettando il fumo negli occhi ai passanti. Alcuni si schivarono, altri reagirono; vi furono baruffe, arresti, ma tutto finì senza sangue. Al terzo giorno, si sguinzagliarono le torve brutalità. Lo Stato Maggiore distribuì trentamila zigari alla guarnigione; poi, venuta la sera, lanciò granatieri, croati, ussari, dragoni per le vie della sventurata città, con istruzione di fumare, di obbligare altri a fumare, di provocare, di usare delle armi. Si può immaginarsi che risultati doveva produrre in quei cervelli ottusi, in quei corpi ebbri, il consiglio d'essere turbolenti, — il disordine imposto in nome della disciplina.
Fu una terribile sera, il cui ricordo, oggi ancora, a 38 anni di distanza, ci scuote l'animo come la visione di una tregenda.
Quei cittadini passeggiavano tranquilli, colle spose al fianco, coi bimbi innanzi, sui noti selciati pacificamente percorsi da quarant'anni. Irrompevano soldati, a due, a dieci, a cinquanta insieme raccolti. Uscivano da un vicolo, da una bettola, affrontavano, inseguivano, gridando, agitando braccia, sguainando sciabole, bestemmiando. Le famigliuole fuggivano, le botteghe si chiudevano, le lampade municipali illuminavano di fioca luce la scena. E in quella semi-oscurità accaddero cose orrende. Giovanetti che si vollero obbligare ad accendere uno zigaro, e che, resistendo, vennero colpiti di bajonetta; uomini inoffensivi, padri di famiglia, operaj che tornavano dal lavoro, inseguiti, gettati a terra, percossi di piatto e di punta. Il terrore faceva fuggire alcuni, l'ira e il coraggio facevano resistere altri. Ma erano inermi contro armati, pochi contro molti. La zuffa era breve. Poi s'udiva lontano, dal fondo della via, sorgere e crescere un romore noto e pauroso: la cavalleria. E questa giungeva a galoppo, spazzava le contrade, calpestava i caduti, feriva di lancia chi non era pronto a schermirsi. Poi, i dragoni dai mantelli bianchi si allontanavano, e restavano sulla via deserta, oscura, i poveri feriti, i poveri morti.
Pajono racconti da far paura ai bimbi, e son cose vere! Nessuna parte della città fu risparmiata da questi assassinj. A Porta Comasina, a S. Angelo, a S. Celso, all'Orso Olmetto, sul corso dei Servi. Chi scrive s'è trovato con un amico appiccicato ad uno spigolo della chiusa profumeria di Pasquale Scandelari nella Galleria De Cristoforis, mentre un centinajo di granatieri ungheresi l'avevano invasa e la percorrevano con libertà forsennata. Ebbimo urti e bestemmie e fumo negli occhi, ma nessuna offesa. Un quarto d'ora dopo, a due passi di lì, il settuagenario Manganini, consigliere d'appello e amico del Torresani, ebbe il capo spaccato da un fendente di sciabola. Altrove, trovossi nella folla investita, e perì di lancia, il cuoco del conte di Ficquelmont[59]. Nella Piazza dei Mercanti, un sicario immergeva un pugnale nei cuore ad un fabbro-ottonajo, perchè aveva preso le difese d'un ragazzo maltrattato. Si disse allora e si stampò sulle bugiarde effemeridi che erano stati trenta i feriti in quella occasione. Si sa oggi, pei documenti raccolti, che furono cinquantanove le vittime dell'eccidio, cinque morti sul colpo.
La carneficina del 3 gennajo ebbe un'eco immensa in Italia. In Milano fu veramente il boute-selle, il rullo di tamburo della rivoluzione.
Dal Piemonte Roberto d'Azeglio, autorevole personaggio, rispose, con un brindisi ad una società di fabbri-ferraj, augurandosi che presto non avrebbero solamente usato il ferro come industria, ma come arma contro nemici assassini. A Torino, a Genova, a Firenze, si fecero solenni funerali per le vittime di Lombardia; e accorrevano in grande uniforme i ministri e i diplomatici presso le Corti; da Vicenza, da Verona, da Treviso, dove i funerali erano impossibili, giungevano soccorsi in denaro e indirizzi di fratellanza; le contesse Bentivoglio e Michiel sfidavano a Venezia le ire poliziesche, facendo pubblicamente questue pei feriti di Milano; a Roma, la principessa di Belgiojoso organizzava splendide esequie, a cui interveniva in pompa il gran dignitario ecclesiastico milanese, monsignor Borromeo.
Ma dove le proteste suonavano ancora maggiori di virtù e di efficacia, per l'aperto pericolo, era nella stessa città.
Il conte Gabrio Casati, podestà di Milano, non aveva potuto sfuggire nella giornata del 3 gennajo alle improntitudini della sbirraglia. Preso in mezzo da una pattuglia, mentre alzava la voce contro le ignobili provocazioni, fu trascinato a pugni e a calciate di fucili. Riconosciuto, lungo la via, da un delegato di pubblica sicurezza, non volle essere posto in libertà, ma esigette d'essere condotto innanzi al Direttore generale, barone Torresani, perchè vedesse come agivano i suoi dipendenti. Uscito di lì, corse dove sperava poter trovare pronti gli elementi d'una deputazione, al Casino allora dei Nobili, oggi dell'Unione. Quattordici o quindici persone ivi raccolte lo seguirono tutte, fra le quali ricordiamo Carlo D'Adda, Cesare Giulini, Manfredo Camperio, Enrico Besana. Andarono al vicino palazzo Marino, dove alloggiava il conte di Ficquelmont. Appena entrati nel cortile, le porte si chiudono e si trovano in mezzo ad un vero accampamento, che li guarda con bieca ostilità. Pochi minuti dopo, ecco scendere dallo scalone lo stesso conte di Ficquelmont, accompagnato dal governatore, conte di Spaur. Gabrio Casati si avanza come capo della deputazione ed espone con vive parole lo stato della città e l'eccidio che vi si consuma. Aggiunge fiere ed eloquenti parole il conte Cesare Giulini Della Porta. I due alti dignitarj rispondono imbarazzati, con parole incoerenti: “certo è deplorabile... daremo ordini... ma la colpa è degli individui che provocano le autorità.„ Qui s'ode una voce, quella di Carlo d'Adda che domanda con tono fra l'ironico e lo sdegnoso: “forse che il cuoco del signor conte di Ficquelmont era d'accordo con noi per provocare gli Austriaci?„
Il giorno dopo, le proteste diventano ancora più solenni e più gravi. Il venerando arciprete del Duomo, monsignor Opizzoni, vecchio di 85 anni, si presenta al Vicerè e gli dice: “Altezza, ho visto a' miei tempi i Russi, i Francesi e gli Austriaci invadere come nemici la nostra Milano; ma un giorno come quello di jeri non lo vidi mai; si assassinava per le strade, il mio ministero mi obbliga a ripeterlo, si assassinava.„
Il conte Vitaliano Borromeo, fregiato del più eccelso ordine cavalleresco dell'Austria, scriveva al Vicerè che se non si dava soddisfazione al paese avrebbe restituito il Toson d'Oro, macchiato di sangue. E l'arcivescovo, predicando dal pergamo del Duomo, diceva: “unite le vostre preghiere alle mie, onde quelli che ci governano siano più giusti e serbino modi più umani.„