Forse ancora più significativo e più caratteristico della situazione era il contegno assunto dalle stesse autorità civili austriache, dagli uomini più miti del partito conservatore.

Il conte Giorgio Giulini, padre di Cesare, era uno dei patrizj che nel 1814 avevano contribuito, nella Reggenza di Governo, alla ristorazione del regime austriaco. Ed egli era stato incaricato dal conte di Ficquelmont di presentargli, insieme coll'avvocato Robecchi, un rapporto sullo stato degli animi e sulle misure da prendersi. Questo rapporto era finito e copiato il 1.º gennajo. Lo presentarono il giorno 4 con un breve poscritto che i due onorandi cittadini chiudevano così: “Il sangue scava un abisso fra governanti e governati. Questi possono essere ancora compressi dalla forza brutale; ma il regno della forza è breve.„

Il cav. Decio, consigliere di Governo, presentò le sue dimissioni, allegando di non voler più oltre servire sicarj. Il Delegato Provinciale Bellati, uomo di studj e di coscienza, firmò la protesta pei fatti del 3 gennajo, aggiungendovi una frase dolorosa: “colui che diventò infame pel suo troppo attaccamento al governo austriaco.„ Più vigoroso di tutti, nella schiera dell'alta burocrazia, fu il Procuratore Camerale Enrico Guicciardi[60], che, armandosi d'un articolo elastico del Regolamento organico, denunciava al Governatore i Capi supremi della polizia e dell'esercito come responsabili, per abuso di competenza, degli ultimi fatti; e domandava, con alto sentimento del proprio ufficio, che la sua denuncia fosse mandata a Vienna, qualora il Governatore non si sentisse abbastanza autorizzato a provvedere, contro questi abusi, da sè.

Quella protesta, che infatti venne spedita a Vienna, è un atto notevole per la novità ardita e per l'acuta esposizione dei criterj d'indole amministrativa e politica. Voleva essere, secondo le forme burocratiche, un atto d'ufficio contenente “rispettose osservazioni.„ Ma a giudicare che tono avesse assunta in quei giorni, fra impiegati italiani e superiorità austriache, una “rispettosa osservazione„ basterebbero questi periodi: “.... oltre l'abuso della forza di polizia è intervenuta la forza militare per uccidere e ferire in seguito a provocazioni del genere di sopra da me indicato, per parte di molti militari, od isolati, od uniti in numero ben sensibile„. E altrove: “.... A sedare i disordini si è usata la forza di polizia e la forza militare. Come la medesima siasi usata, è troppo noto all'E. V. Si commisero degli atti che la sola barbara legge di guerra scuserebbe in una città presa d'assalto.„ Chiudeva dicendo: “L'intervento della forza militare, non richiesta da V. E., costituisce per subordinato avviso del procuratore camerale, un abuso di competenza delle attribuzioni esclusivamente demandate dalle Sovrane Patenti all'E. V. perchè fa sottomettere alla polizia militare queste provincie, da S. M. assoggettate unicamente alla polizia civile[61].

Che cosa fu risposto a tutte queste proteste?

Il Guicciardi fu immediatamente destituito; gli fu negato ogni diritto a pensione e tolta anche la facoltà di esercitare privatamente l'avvocatura. Il Vicerè pubblicava il 5 gennajo un proclama ipocritamente mellifluo, nel quale deplorava “che la condotta dei cittadini paralizzasse le sue più fondate speranze di ottenere dal trono di S. M. benigni provvedimenti.„ Il Comando Militare faceva leggere il giorno 6 alle truppe un Befehl (ordine del giorno) nel quale lodava “l'obbedienza e la fermezza mostrata dai militari nella giornata del 3 corrente.„ L'imperatore Ferdinando pubblicava “non essere inclinato a fare ulteriori concessioni; fidarsi unicamente nella fedeltà e nel valore delle sue truppe.„ Finalmente, al giorno 22 febbrajo giunge l'ultima risposta e l'ultima concessione — la proclamazione dello stato d'assedio col giudizio statario. Il Vicerè, il Governatore, le alte autorità di governo partivano o stavano per partire; il Regno Lombardo-Veneto era consegnato senza guarentigie nelle mani dell'inflessibile maresciallo, che aveva detto, a proposito dei casi di gennajo: tre giorni di terrore, trent'anni di pace.

Qui ha termine lo stadio di preparazione, e comincia lo stadio della rivoluzione, di cui ci occuperemo più innanzi.

In tutto questo cupo periodo, un solo atto di bene scende dalle eccelse regioni del governo straniero.

Da Vienna arriva un giorno un plico suggellato all'ufficio che dirigeva la colletta apertasi pei feriti del 3 gennajo in casa Borromeo. Conteneva diecimila lire, e le mandava l'imperatrice d'Austria, quella Maria Anna, figlia di Vittorio Emanuele I, re di Sardegna, morta due anni or sono.

Ci par bene e giusto ricordare che da una donna, da una italiana, da una principessa di Casa Savoja era partita in quei giorni, frammezzo a così truce ribollir di passioni, l'unica inspirazione alta di politica e di umanità.