II. LA RIVOLUZIONE.

Un moto popolare di natura politica ha bisogno, per essere efficace, di tre diversi stadj o fenomeni: la preparazione morale, la preparazione materiale e l'azione. Sopprimiamo la prima, avremo ordinariamente un tumulto; sopprimiamo l'ultima, resteremo nei limiti di una congiura; togliamo la preparazione materiale, cadremo, nove volte su dieci, in una ribellione repressa.

Il moto milanese del 1848 fu una vera e propria rivoluzione, coronata di successo, perchè non gli è mancato nessuno dei tre fenomeni necessarj.

Abbiamo visto quanta preparazione morale avessero ammassata gli anni anteriori al 1848; dal 18 al 23 marzo l'azione non poteva essere più decisa e più vigorosa; ma il primo trimestre dell'anno aveva veduto svolgersi una preparazione materiale, che sarebbe ingiusto dimenticare, perchè non ebbe minori ostacoli nè minore virtù.

Infatti, le brutalità del 3 gennajo ebbero questo effetto immediato, di persuadere i direttori del movimento che la preparazione morale era completa e di spingerli a tutt'uomo verso la preparazione materiale. Della popolazione non si poteva più dubitare. Aveva chiaro l'istinto della situazione rivoluzionaria, aveva dimostrato di possedere in grado eminente il desiderio e l'intelletto della disciplina. Occorreva quindi stringere accordi rivolti a scopi pratici, avvicinarsi con altre operazioni al momento decisivo, che le occasioni avrebbero determinato.

Rinnovatesi a Pavia le stragi di Milano, una circolare segreta avvertiva che, per evitare nuovo sangue, si sarebbe posto fine alle dimostrazioni di carattere pubblico. “Adesso possiamo aspettare senza vergogna„ diceva; e infatti si aspettò, ma con una aspettazione piena di febbrile energia.

L'intento della concordia s'era ormai raggiunto al di là d'ogni previsione patriottica. I popolani ardevano dal desiderio di vendicare i loro morti e feriti, e traevano da questo stesso desiderio una fiducia, che nulla poteva scuotere, nei misteriosi scrittori dei bollettini. La parte più conservativa del patriziato aveva smesso, dopo il 3 gennajo, ogni esitazione; il conte Vitaliano Borromeo aveva voluto conoscere di persona Cesare Correnti, e in un colloquio tenuto in casa del marchese Anselmo Guerrieri, patrizio di scuola mazziniana e di larghissime aspirazioni, s'erano appianate le ultime difficoltà, schiarite e accettate le ultime modalità del programma.


Bisognavano denari, armi, alleanze; i tre nervi, le tre basi d'ogni guerra.

Le collette raccolte in casa Borromeo avevano fruttato più di 150 mila lire; primo fondo che servì a comperare utensili e mantenere operaj, ad organizzare un po' di spionaggio e di stazioni nelle campagne. Ma non era quella pel momento la maggiore preoccupazione. I forzieri del patriziato si sapevano pronti ad ogni richiesta, e infatti, appena sorsero le occasioni opportune, furono visti gareggiare di liberalità e il duca Litta e il conte Arese e il duca Scotti e il marchese Arconati e il conte Annoni e il duca Visconti di Modrone e quanti insomma avevano pari all'antichità della stirpe o alla tradizione del patriotismo la larghezza del censo[62].