Di alleanze non si poteva cercarne che al di là del Ticino. Un solo Stato in Italia aveva esercito valido e politica indipendente; un solo sovrano aveva mostrato da qualche tempo comunanza di aspirazioni coi rinnovatori lombardi.

Carlo Alberto aveva infatti mantenuta ed accentuata, col progredir degli eventi, la situazione politica e personale da lui presa in Italia. Era sempre il Re cauto, ma deliberato, che fronteggiava l'Austria nella questione italiana. Non aveva smesse ancora le forme assolute di governo, ma se ne valeva per moversi più liberamente nell'orbita sua, con intonazioni democratiche, di cui forse un ministero costituzionale non gli avrebbe lasciato libertà. Visitando Genova, durante il Congresso degli scienziati, s'era lasciato avvicinare, senza titubanza, da un giovane, non illustre allora, ma caldo di patriottismo, che ponendogli la mano ardita sulle briglie del cavallo, gli aveva detto, con voce squillante: “Maestà, bisogna prepararsi a combattere.„ Era Nino Bixio. Assai più tardi, recandosi a Casale per inaugurarvi congressi d'agricoltura, aveva detto a Lorenzo Valerio: “Quando l'ora sarà suonata, monterò a cavallo e combatterò per la patria come Sciamyl combatte nel Caucaso.„

Coi patriotti lombardi aveva sempre conservato indirette comunicazioni, specialmente per opera del suo segretario particolare, il conte di Castagneto, uomo di specchiata probità e di lealissimi sensi, a cui l'Italia deve, per quel periodo, una parte notevole della riconoscenza che sembra avere esclusivamente serbata per altri. Col Castagneto carteggiavano da parecchi mesi alcuni rappresentanti del patriziato, segnatamente il conte Gabrio Casati, col quale si dibattevano, senza chiasso, parecchie delle questioni fondamentali che l'unione presagita del Piemonte e della Lombardia metteva in primissima linea. Dopo il 3 gennajo, parve che a queste relazioni indirette fosse necessario sostituire azione più viva; che all'orecchio di Carlo Alberto dovesse giungere, con maggiore frequenza ed intimità, la parola di chi fosse più attivamente mescolato a tutta la situazione lombarda degli ultimi tempi.

Carlo D'Adda fu scelto a questa missione; ed egli recossi, secondo il desiderio degli amici, a Torino, dove il conte di Castagneto lo accolse con grande simpatia e lo presentò senza indugio a Carlo Alberto. Furono relazioni curiose quelle che si stabilirono allora fra questo Re di diritto divino ed un inviato, senza credenziali, d'un Comitato senza poteri. Carlo D'Adda saliva ordinariamente dal Re in ore eccentriche, in abito dimesso, condotto dal Castagneto per usci secreti, per corridoj polverosi, come un ladro... o come un adultero. Il Re lo riceveva ad ogni richiesta, accettava senza esitazione questi andamenti cospiratorj, voleva informazioni di persone e di fatti, dava assicurazioni, non si sdegnava di consigli. Uscito di lì, ripigliava la maschera severa, il linguaggio riservato e l'occhio freddo del monarca legittimo. Nessuno avrebbe indovinato il patriota sotto quella rigida fisonomia di Re; pochi si sarebbero accorti del Re, intrattenendo famigliarmente il patriota.

Nessuno ha finora raccontato pubblicamente un aneddoto caratteristico.

Un giorno, si aspettavano a Novara certe condotte di polveri, che dovevano essere tragittate in Lombardia. Le polveri non erano giunte col tramite per cui dovevano essere state inviate. Carlo D'Adda riceve un biglietto dal Comitato di Novara; un biglietto, scritto secondo lo stile di quei giorni, come l'impeto dettava, in fretta e in furia: “Nulla è arrivato, Carlo Alberto ci tradisce, come nel 1821.„ D'Adda si reca difilato dal Castagneto e il Castagneto lo conduce difilato dal Re. Ma v'è Consiglio di Ministri, e il Re non può assolutamente ricevere. La cosa pareva al D'Adda pressante. “Vuol far passare quel biglietto nelle mani di Sua Maestà?„ gli dice il conte di Castagneto. L'inviato milanese lo guarda meravigliato; ma l'aspetto severo, sicuro, dell'uomo non gli permette dubbio. E il biglietto crudele, naturalmente anonimo, è portato, in una busta, sul tavolino del Re. Dieci minuti di aspettazione, diciamo pure di ansia. Poi, un servitore gallonato, riporta, chiuso in un'altra busta, lo stesso biglietto, con un breve poscritto di mano reale: “Caro D'Adda, ho dato ordine in questo punto che le polveri partano.„

Quel biglietto è andato smarrito. Oggi sarebbe uno dei documenti più importanti e più curiosi della rivoluzione italiana.

Le polveri non si potevano adoperare senza le armi da fuoco. E a questo pure si pensò in quei due mesi; e se molto non potè farsi, certo si fece assai più che non consentissero le difficoltà e i rischj gravissimi dell'impresa, più che non sia comunemente noto per le pubblicazioni uscite intorno a quei fatti.

Nelle case dei cittadini saranno stati un trecento fucili da caccia, non più; poche pistole, pochissime armi da punta e da taglio; la vigilanza sulle botteghe d'armajuolo grandissima, e tale da non potersi eludere senza provocare immediate misure di cittadino disarmo. Si dovette dunque ricorrere all'importazione od alla riduzione di armi vecchissime ed inservibili, esistenti in casse o in soffitte, talune fin dall'epoca del primo Regno d'Italia. Pure, in poco tempo parecchie case di Milano furono tramutate in depositi d'armi; quasi tutte si munirono almeno di una per le sperate battaglie. I giovani del club della Cecchina trovarono modo, a peso d'oro, d'introdurre in città cento carabine inglesi e se le distribuirono. In casa Trotti, in casa Porro, in casa Dandolo, in casa Spini, nelle case Prinetti, Simonetta, Besana, in cento case v'era accolta di fucili e di pistole; Alessandro Antongini aveva riempiuto d'armi un magazzino fuori porta; ma il difficile era introdurle, e non si potè farlo che lentamente, senza giungere in tempo a farlo completamente. Si recavano i giovani, come a sollazzo, nelle osterie suburbane: rientravano, con apparenze gioconde, portando sotto il tabarro invernale o sotto il panciotto una canna, un calcio, una baionetta, i grilletti, tutte insomma le varie parti del fucile che si sarebbero più tardi ricomposte. Vera giudizio statario; ma chi vi badava? talvolta i pezzi non combaciavano, e la vita s'era arrischiata per nulla; si ritornava il giorno dopo a prendere i pezzi che combaciassero. Si diceva che queste armi erano male fabbricate, che sarebbero scoppiate in mano agli insorgenti nel giorno della battaglia. E altri giovani si prendevano il rischio e il compito di verificare le cose. Andavano in una cascina suburbana, proprietà d'un patrizio, il cui nome non permetteva sospetti austriaci, il conte Mellerio. S'erano procurati la doppia complicità patriottica d'un fittabile e d'un armajuolo; provavano le armi, facevano accomodare quelle che apparivano difettose, le reintroducevano su carri agricoli, preparate e impagliate come peri o albicocchi.

Nelle case poi, smessi gli usati passatempi, le signore fabbricavano cartuccie, gli scienziati preparavano projettili e cotone fulminante; gli esercizi d'arme e lo studio dei manuali militari, delle opere di Iomini, di Montecuccoli, di Dufour, avevano sostituito i componimenti rettorici e la lettura dei trattati politico-legali pubblicati dai professori dell'Università di Pavia. Luciano Manara, Carlo de Cristoforis, Francesco Simonetta attingevano a questi studj coscienza di attitudini e di responsabilità militari; li seguivano, per ardore di belliche discipline, giovani minori d'anni, ma eletti di mente, Pietro Rasnesi, Emilio ed Enrico Dandolo, e quel simpatico e vivace ingegno di Emilio Morosini, che avrebbe certamente occupato un posto notevole nella vita politica contemporanea se una palla francese non gli avesse spezzato, sulle mura di Roma, il giovane cuore.