Dei vivi non parliamo; son molti e prodi. Parlandone, offenderemmo lunghe e silenziose modestie, provocheremmo vibrazioni importune di commossi ricordi. D'altronde agli uomini di quell'epoca una coscienza rimane intera: quella di non dovere, in così grande solidarietà di fatti, rammaricarsi di nulla e di nessuno.

Un popolo intero era riuscito a vincere la legge delle eccezioni; e in un tempo in cui il segreto della patria era su tutte le labbra, non si ebbe ad arrossire nè di una corruzione nè di una viltà. Nessun'epoca della storia dimostrò più validamente come un gran sentimento patriottico equivalga a un gran sentimento morale.

Tutta questa agitazione non era sfuggita e non poteva sfuggire ai dominatori. Sicchè non mancavano tentativi di seduzione, indagini, sorprese, perquisizioni. Ma la complicità di tutti era all'erta contro i pericoli di ciascuno. E quando la polizia si moveva, un istinto, un Nume invisibile indicava dove sarebbe andata a scendere. Il vetturino allungava la strada, il portinaio alzava la voce perchè udissero al primo piano, il monello correva ad avvertire un amico, il cameriere non aveva la chiave d'un uscio, la cuoca offriva alle guardie un manicaretto, gl'inquilini aiutavano, le carte sparivano, le armi uscivano o per gli abbaini o per le fogne; e la polizia ritornava il più delle volte convinta d'essere stata mistificata, ma, come il demone della Basvilliana:

Vuota stringendo la terribil ugna.

Quando l'Austria fu stanca di queste inutili attività, venne finalmente il decreto che ordinava le perquisizioni generali e l'immediato disarmo, sotto le pene del giudizio statario. Ma allora era già scoppiata la rivoluzione francese del 24 febbrajo, era già stato proclamato lo Statuto di Carlo Alberto. Dappertutto in Europa suonava il dies iræ. Giuseppe Sandrini, segretario del Governo, che aveva intelligenze coi liberali, trovò modo di far differire di alcuni giorni il principio delle perquisizioni. Quei giorni bastarono perchè scoppiasse la rivoluzione di Vienna e perchè a Milano giungesse il 17 mattina la notizia che gli studenti e i Polacchi avevano fatto le barricate e che il principe di Metternich abbandonava, ramingo, la capitale dell'Impero.


Qui comincia veramente il periodo attivo della rivoluzione.

Le notizie di Vienna, producendo in Milano sulle varie autorità e sui gruppi cittadini eguale commozione, avevano mosso impressioni e risoluzioni assai diverse.

L'autorità governativa civile era piombata addirittura nello scoraggiamento. Il Vicerè, subodorando gli eventi, aveva lasciato la città fino dal giorno prima. Il Governatore Spaur, il conte di Ficquelmont lo avevano preceduto a Vienna per altri provvedimenti. Restava solo in Milano a sostenere una sterminata responsabilità il Vice-presidente del Governo, conte O'Donnell, burocratico di buoni istinti, ma affatto inadeguato a tempi e cose difficili. Aveva fatto subito pubblicare un telegramma da Vienna, annunciante che s'era abolita la censura e che pel giorno 3 luglio sarebbero state convocate le rappresentanze lombardo-venete. Sperava che questo avrebbe calmata la popolazione, e l'accese. Parvero promesse ridicole, e lo erano. Annunciavano però una debolezza politica del governo straniero e il momento opportuno per approfittarne.

Sulle autorità militari l'impressione fu alquanto diversa. Persuaso che Milano fosse inetta a sforzi militari e che il terrore sparso nelle giornate di gennajo avesse fiaccata efficacemente ogni reazione cittadina, il maresciallo Radetzky s'adagiò nella fiducia che le concessioni di Vienna avrebbero, almeno per qualche tempo, dato un altro indirizzo alla pubblica agitazione. In questo senso parlò a' suoi ufficiali e li prevenne che non dessero importanza a prossime adunanze di popolo perchè sarebbero state dimostrazioni di gioja e di fiducia nelle autorità. Non avevano veramente di queste illusioni ne il Torresani nè i suoi commissarj di Polizia; ma posti fra lo scoraggiamento dell'autorità civile e le ingenue speranze dell'autorità militare, si sentivano recisi i nervi ad ogni iniziativa di lotta.