Per questa triplice inazione, la cittadinanza fu, nei giorni 17 e 18, interamente padrona del campo. E in tutto il giorno 17, e nella notte dal 17 al 18, fu per la città, in tutte le riunioni private, un gran discorrere di quello che s'avesse a fare il giorno dopo, un grande incrociarsi di proposte, di piani, di accordi, di messaggi, di combinazioni.
V'erano tre opinioni, tre metodi principali in contrasto.
Carlo Cattaneo si manteneva risolutamente fedele all'attitudine presa. Non credeva opportuno e non giudicava fertile di successo un movimento armato. Estraneo a tutte le dimostrazioni[63] che s'erano fatte, e favorevole, tra queste, soltanto a quelle di carattere più conservativo, come ai reclami delle Congregazioni e delle Camere di Commercio, voleva che si facessero passi più larghi su quella via, ma non fuori di quella[64]. Non credeva che esistessero armi, disposizioni, attitudini militari. In una riunione che si tenne, la sera del 17, in casa sua, alla presenza del Brioschi, del Gadda, di Enrico Cernuschi, di altri, manifestò schiettamente questa opinione sua; sconsigliò pronunciamenti popolari di carattere rivoluzionario; disse doversi approfittare dei casi di Vienna per “stringere il governo alla vita„ per “tenere i nemici nel duro e spinoso campo della legalità„ per “estorcere immantinenti all'attonito governo quanto più si potesse di armamenti e di libertà„[65]. Con questi intendimenti preparava il primo numero del giornale che avrebbe pubblicato il giorno dopo, e certo l'avrebbe scritto da par suo.
A siffatto metodo, che in circostanze ordinarie sarebbe parso il più savio e il più sicuro, non s'acconciavano gli uomini del partito d'azione, i giovani che da tanti mesi arrischiavano la loro vita per adunare elementi d'insurrezione e di lotta. Temevano questi, — e a ragione, — che dopo tanti eccitamenti dati alle classi popolari, inalberare il vessillo della prudenza proprio nel momento in cui tutto pareva favorire quello dell'audacia, avrebbe ingenerato sfiducie o diffidenze difficili poi a dissipare più tardi. E d'altronde, il moto di Vienna poteva essere represso; una nuova reazione succedere nell'indirizzo del governo, e precipitare quelle misure di disarmo che si erano fino allora così fortunatamente evitate. A queste idee s'inspiravano i crocchi più attivi e più numerosi della città, e in una riunione tenutasi, pure in quella sera, nella trattoria del Rebecchino, alla presenza di Angelo Tagliaferri, del dott. Pietro Lazzati e di altri, Cesare Correnti aveva promesso pel giorno dopo novità grosse ed ardite.
Una terza schiera si proponeva d'agire con misti temperamenti. Si raccoglieva intorno al Municipio e specialmente al Podestà, conte Gabrio Casati, che per le sue molte aderenze cittadine, per le sue relazioni col governo piemontese, per la condotta vigorosa tenuta nelle giornate del settembre e del gennajo pareva l'uomo adatto a capitanare programma di cose nuove.[66] Far capo al Podestà, funzionario di nomina governativa, a nessuno doveva parere programma rivoluzionario. Nel tempo stesso, la scomparsa o lo sgomento delle altre autorità civili, autorizzava lo stesso Podestà ad assumere iniziative e poteri nell'interesse della pubblica sicurezza. Il Municipio si sarebbe tramutato man mano da autorità cittadina in autorità politica, senza provocare immediate ostilità militari e guadagnando alcuni giorni di tempo, per disporre l'insurrezione e sollecitare gli ajuti dell'esercito piemontese.
Come di solito accade, le risoluzioni prese non rispondevano a nessuna rigidità di programma; lasciavano al tempo, ai casi, all'energia delle persone gli svolgimenti dell'avvenire.
All'alba del 18, ciò che era stato possibile di concertare fu concertato. Nel pomeriggio, la popolazione si sarebbe agglomerata per le vie; avrebbe accompagnato, senz'armi, una deputazione municipale che si sarebbe recata dal Broletto al palazzo di governo per chiedere riforme d'urgenza; poi si sarebbe pubblicato un proclama, si sarebbero aperti gli arruolamenti per una guardia civica; poi si sarebbe veduto.
Alle due pomeridiane il programma era già sorpassato. La folla che accompagnava Gabrio Casati al palazzo di governo aveva tutta quella concitazione, quel fremito che non permette indugi, che non tollera transazioni. La rivoluzione era già nell'ambiente. Il Podestà era vestito di nero, con una coccarda tricolore all'occhiello, fra quattro pompieri non armati; lo precedeva una bandiera dai colori nazionali; forse ventimila persone lo seguivano. I balconi, le finestre, i tetti delle case si riempivano di uomini, di signore, già deliranti di entusiasmo, che agitavano fazzoletti, buttavano coccarde, gridavano: “viva l'Italia.„ I monelli s'arrampicavano sulle colonne, sui cornicioni. “Abbasso gli uomini„ si gridava dalla folla; e gli uomini scendevano, ingrossavano il corteo, e le donne applaudivano, e la commozione patriottica prorompeva.
Il primo sangue fu versato innanzi alla porta dello stesso palazzo. Allo apparire sul ponte di S. Damiano, di quella folla imponente, due sentinelle avevano commessa l'imprudenza di scaricare il fucile. Un tal Zafferoni, studente, uscito di seminario, cavò una pistola di tasca e ne uccise una; l'altra fu trapassata d'un colpo di bajonetta. Poi la moltitudine invase il palazzo; il conte Giulio Porro Lambertenghi ebbe la presenza di spirito di chiudere a chiave l'appartamento dove stava, colla sua famiglia, la contessa Spaur ed impedì probabilmente qualche deplorevole eccesso[67]. Enrico Cernuschi stanò il Vice-presidente O'Donnell, che cercava nascondersi, e lo condusse in una stanza dove Gabrio Casati, Anselmo Guerrieri, Marco Greppi, Antonio Beretta, Carlo Taverna, il Correnti, il Clerici, l'Oldofredi stavano deliberando.
Fu lì che il povero rappresentante del governo austriaco firmò, tramortito, i tre famosi decreti laconici, che istituivano la guardia civica, destituivano la Direzione di Polizia, e incaricavano il Municipio di provvedere alla pubblica sicurezza. E di lì, ottenuti questi decreti, si restituiva la Deputazione municipale al Broletto, conducendo seco prigioniero il conte O'Donnell; allorchè, giunta a mezzo la via del Monte Napoleone, una scarica partita da un drappello di soldati appostato al sommo della contrada, uccise un popolano, Pietro Rainoldi; la folla si sbandò gridando armi e correndo a cercarne; il Casati ed i suoi si chiudevano nella casa Vidiserti, divenuta per dodici ore il quartier generale dell'insurrezione.