Mentre queste cose accadevano. Cesare Correnti aveva scritto il primo proclama che domandava una Reggenza provvisoria del Regno, la libertà della stampa e la riunione dei consigli comunali per la nomina dei delegati all'Assemblea nazionale. Il difficile era di trovare in quei momenti un tipografo abbastanza coraggioso da stampare siffatto proclama. Due amici di Correnti s'incaricano della cosa; vanno dal tipografo Guglielmini e gli mostrano il manoscritto. Il tipografo resiste, reagisce, ricorda le disposizioni del giudizio statario, dichiara che non cederebbe fuorchè alla violenza. Subito fatto. I due amici estraggono tranquillamente un pajo di pistole e le appuntano al petto del tipografo, che allora passa il manoscritto in stamperia. Ohi ha conosciuto di persona questi due sicarj, questi uomini facinorosi così pronti alla violenza ed al sangue, dovrà stupirsi sapendo che portavano il nome di due fra i più colti e più miti uomini di lettere del tempo nostro: Giulio Carcano ed Angelo Fava. Haec mutatio dexteræ excelsi, avrebbe potuto dire anche in questa occasione il cardinal Federigo[68].
Ritornava da questa spedizione Angelo Fava quando trovò nel vicolo di Bagutta Carlo Cattaneo che s'avviava verso la contrada del Monte.
Il fiero dottrinario s'era bisticciato il mattino con alcuni amici suoi che volevano trarlo nel movimento. Chiedeva quanti combattenti avessero, quanti fucili, quali capi. E quelli rispondevano, colla fede dell'entusiasmo, che tutta la città sarebbe sorta, che v'era il Comitato, che v'erano fucili e più se ne attendevano dal Piemonte. E quegli replicava scettico: “andate prima a vedere se sono arrivati„[69]. Non s'erano potuti intendere ed egli era andato dallo stampatore a consegnare il manoscritto del suo giornale. Angelo Fava lo ferma e gli chiede de' suoi propositi per la giornata. “Quando i fanciulli scendono in piazza,„ risponde Cattaneo “gli uomini vanno a casa.„ Angelo Fava corse a casa egli pure; da buon cattolico, fece udire una messa ai suoi allievi, Dandolo e Morosini; poi li baciò, li vide armarsi, scendere sulla via; prese un fucile e scese con essi.
Il primo combattimento ebbe luogo al ponte di S. Damiano. Dopo quella tumultuosa invasione del palazzo e dopo il suo sgombro, un drappello di soldati, furiosi per l'uccisione delle due sentinelle, s'era raccozzato e dal bastione di Monforte minacciava penetrare nell'interno della città. In fretta e in furia s'innalzò la prima barricata a ridosso del ponte. Tavoli, sedie, travi, mattoni, il selciato delle vie, tutto servì a costruire quella prima difesa, a cui tante centinaja dovevano seguitarne. Una buona donna cala da un terzo piano un suo mobiluccio e raccomanda che glielo si guasti il meno possibile. Passava sul ponte un carro, pieno di bariletti, quali vuoti, quali ancor pieni. In un attimo, il carro è rovesciato e i bariletti si accatastano l'uno sull'altro, a duplice uso, di terrapieno e di feritoja. Strilla il bottajo, che vede sciupata in un baleno la merce a cui forse aveva consacrati gli ultimi suoi risparmj. E quei reclami non sembrano, neanche in quella pressura di casi, privi di ragione. Qualcuno fa appello, come s'usava in quei giorni, alle borse guernite. Son lì presso, e sentono questo appello, due patrizj che aiutavano a fare la barricata. Giacomo Visconti Ajmi si fruga nelle tasche, non ha che sessanta lire e le dà; il conte Litta-Modignani straccia una pagina dal suo portafoglio, vi scrive un bono per L. 6000 e lo porge al suo vicino, Antonio Lazzati, perchè se ne serva per quel caso e per casi analoghi. Era il sistema finanziario delle cinque giornate che s'inaugurava.
Da questo punto la storia perde la sua traccia e cominciano gli episodj. Ciascuna contrada ha il suo, ciascun quartiere la sua epopea, ciascuna casa il suo prode. Inutile cercar di riassumere in quadri sinottici o in rubriche cronologiche centoventi ore di febbre d'una città; impossibile delineare i sussulti, le depressioni, i delirj, i periodi, le allucinazioni. Se ogni sintesi è ardua, quando i fatti escono da volontà prefinite e disciplinate, eccede addirittura l'umano intelletto, quando si tratta di iniziative individuali, sparse, indipendenti, uniche nello scopo, ma affatto slegate nei mezzi e nel tempo. Le cinque giornate milanesi furono come l'assedio di Troja; Ajace che combatte da un lato; Diomede che resiste altrove; Ettore che è vinto in una terza località; Minerva sola vede tutto dall'alto dell'Olimpo, e scende dove la traggono le sue simpatie. Dove appariva un nemico, cominciava un combattimento; ogni edificio dove si chiudeva un drappello determinava un assedio. E l'ansia di quelle lotte parziali, di quei certami quasi individuali riempiva il tempo, l'attività d'ogni quartiere, d'ogni contrada, e non permetteva di allargare a movimenti d'insieme un'offensiva che ciascuno concentrava con energie personali intorno a sè. Pochi abbandonavano, per informazioni, per intelligenze col quartier generale, la barricata che avevano difeso, la caserma che avevano conquistato, l'amico che s'erano visti cadere allato. Ciascuno pensava, combattendo e vincendo, che tutti gli altri, vicini e lontani, avrebbero saputo combattere e vincere. Quando v'era un'ora di tregua, si rafforzava una barricata sfasciata dal cannone o se ne alzava un'altra venti metri più in là. E al nemico che si allontanava d'altrettanto, trasportando morti e feriti, rispondeva una nuova scarica dei combattenti, un nuovo urlo di gioja dai tetti delle case, dove uomini, donne, fanciulli, noncuranti delle granate che fendevano l'aria, tenevano pronti vasi, tegole, mattoni, projettili, per lanciare sui nemici, a piedi o a cavallo, che tentassero riprese offensive. E allora quei venti metri di terreno rappresentavano una grande conquista, equivalevano ad una grande vittoria. E si spiccavano messaggieri per annunciare al Comitato questo trionfo; e il Comitato, che riceveva nel tempo stesso venti di questi annunci, li riassumeva in un proclama che presagiva dappertutto successi definitivi; e questi proclami, affissi sulle muraglie o sulle barricate, destavano nuovi entusiasmi, determinavano impeti più vigorosi e un'altra conquista di avamposti nemici.
Tutte le case erano aperte ai combattenti; di notte come di giorno. Quando s'aveva fame o sete, s'infilava il primo uscio e si trovava un domestico che vi offriva del pane, una fanciulla che vi porgeva da bere. Le distinzioni, le antipatie della vita erano sparite dinanzi al gran pensiero, al gran desiderio di tutti; il popolano aveva dimenticato le invidie, il ricco non aveva più esclusivismi nè ripugnanze. Vitaliano Borromeo faceva la guardia alle barricate con una bajonetta ed una pistola; Giorgio Trivulzio era ferito da una fucilata al ponte di S. Celso; la signora Beretta, visto cadere ferito un giovane popolano in mezzo allo spesseggiare della mitraglia, stava per lanciarsi essa a raccoglierlo, se quattro altri popolani non l'avessero prevenuta. Non un furto disonorava quella fraterna e illimitata larghezza di ospitalità. Le grandi case dei Belgiojoso, dei Trivulzio, dei D'Adda, dei Beretta, dei Borromeo erano divenute istituti di pubblica necessita; vi si fondevano palle da fucile, vi si conducevano feriti da fasciare, prigionieri da custodire, provvigioni e munizioni da distribuire; e le gentili padrone di casa, fattesi per l'occasione infermiere, carceriere e magazziniere, sorreggevano dei loro entusiasmi le cose difficili, correggevano le cose dure colla loro bontà.
Per questo s'è potuto vivere e vincere in quei giorni; perchè gli elementi simpatici dominavano colla loro influenza le incognite del pericolo e del terrore; perchè la gentilezza patrizia e la virtù popolare, affratellate in un santo pensiero di resistenza, creavano un ambiente di patria così alto, così sereno, che gli uomini vi combattevano colla gioja sul viso, vi morivano colla speranza sul labbro.
La battaglia cittadina s'è continuata per cinque giorni sotto questi auspicj, in mezzo a queste effervescenze; dominate a loro volta da un altro fenomeno costante, universale, di effetto strano, ma irresistibile; il romore delle campane a martello, che per cinque giorni e per cinque notti, da tutte le torri della vasta città, interpretò, per così dire, l'anima guerriera della popolazione; romore ora stridente, ora cupo, pieno di vibrazioni e di minaccie; che di notte irritava i nemici, di giorno incoraggiava i cittadini; una specie di tam tam selvaggio che nè bombe, nè mitraglie valevano a far tacere; la fanfara delle barricate, — che portava lontano, fra le campagne e i villaggi, un grido di soccorso ed un appello all'esempio, — che piombava sugli Austriaci come un suono pregno d'ignoti spaventi, colla sua implacabile e fantastica continuità.
Alessandro Manzoni ha scolpito in una delle sue grandi pagine il linguaggio della campana notturna, che atterrisce i bravi e libera Menico. Moltiplicate quell'effetto per cinque giorni e per cinque notti, unitelo al rombo dei cannoni e al crepitare della moschetteria, ed avrete una pallida impressione di quel molteplice scampanío.