Dal labbro dei nemici si potrà, anche meglio che da qualunque descrizione, ritrarre il meraviglioso spettacolo di quelle giornate. “Milano è sconvolta dalle fondamenta„ scriveva il maresciallo Radetzki al conte di Ficquelmont “la natura di questo popolo mi sembra per incanto trasformata.„ E due ufficiali austriaci, fatti prigionieri a San Celso e chiusi in una anticamera, udendo di un forte assalto che i loro compagni davano in quel punto ad una delle barricate maggiori, espressero il desiderio di poter seguire da una finestra le fasi del combattimento. Al vedere quelle barricate imponenti, che si alzavano ai secondi piani delle più alte case, quel formicolio di combattenti e di difensori, quel coraggio con cui si affrontava la morte, quei balconi e quei tetti pieni di offensori e di offese, all'udire quelle grida umane, quei rintocchi del bronzo, quegli spari d'archibugio che s'incrociavano, partendo dalle finestre, dalle vie, dai tetti, dagli spiragli delle cantine, i due prigionieri si ritrassero attoniti nell'interno della stanza, dicendo: “Misericordia! e il maresciallo crede di poter riprendere questa città!„
Si capisce come, in una situazione siffatta, i partiti e i gruppi sorti di poi abbiano potuto sbizzarrirsi a reclamare, ognuno per sè, le glorio maggiori. Gli orizzonti erano molti e divisi, e ciascuno si onorava giustamente del proprio, credendolo più vasto o più importante degli altri. Probabilmente tutti i partiti furono veri nei fatti esposti a merito proprio; soltanto può darsi che nessuno sia stato esatto nell'esporre quelli a merito altrui. Ed anche può accordarsi a tutti la mitigante della buona fede; giacche, non essendovi stata mai una situazione dominante, molti possono credere d'essere stati i soli od i primi a far ciò che altri pure, tratti dagli stessi casi e dalle stesse necessità, avevano già fatto in altri luoghi, senza che gli uni potessero sapere degli altri.
Lo storico solo può rendere a tutti ragione severa ed imparziale; può dire che il popolo è stato sublime di coraggio e di devozione; che le classi medie e patrizie hanno gareggiato di energia direttiva, non risparmiando nè vita, nè ricchezze, nè responsabilità. Lo storico può dire che, come esigeva Nelson alla vigilia della battaglia di Trafalgar, tutti hanno fatto in quei giorni il loro dovere; può e deve dire di più, — che chi volesse scemare ad alcuno fra gli attori di quella rivoluzione qualche briciolo del loro patriottismo non riuscirebbe ad altro che a far dubitare del proprio.
Queste le impressioni, questi i caratteri generali della rivoluzione milanese.
Chè se si volesse tentare di riassumere in qualche modo con metodi sintetici quella moltiplicità di episodj, bisognerebbe forse raggrupparli intorno a tre questioni fondamentali; la questione strategica, la questione politica, la questione diplomatica.
L'ultima può esaurirsi senza molte complicazioni. Non ebbe e non poteva avere altro intento che l'ajuto del Re e dell'esercito piemontese.
Al primo rompere delle fucilate, il giorno 18, l'idea di spedire immediatamente a Torino persona di fiducia per annunciare il moto di Milano e chiedere l'intervento, era balenato agli uomini di senno, qualunque fosse la loro opinione politica. Enrico Cernuschi, fin dalla prima riunione in casa Vidiserti, ne aveva fatto formale proposta[70]. Ma già lo aveva prevenuto Luigi Torelli, che s'era recato dal conte Francesco Arese, sollecitandolo ad incaricarsi di questa necessaria missione.
L'Arese, messo alle strette dagli amici, rinuncia a malincuore alla lotta in cui sperava essere attore. Si reca da una cognata[71] e le consegna una forte somma in denaro, con ordine di distribuirne a quanti si presenteranno a richiederne per bisogni patriottici. Poi, si ficca in un carrozzino e corre alla più vicina barriera. Riesce a passarla, alcuni minuti prima che le porte si chiudano; ma al Ticino trova maggiori ostacoli, li supera e giunge a Torino la sera del 19.
Prima però ch'egli potesse adempiere la sua missione, il Re, avuto sentore del movimento, aveva mandato a chiamare Carlo D'Adda, che, ricevendo notizie per altra via, le aveva comunicate a Carlo Alberto insieme colle più vive preghiere per un immediato intervento. Il Re non gli aveva nascosto la risoluzione di venire alla guerra, ma gli soggiungeva scherzando “sicchè dovrò andare a Milano a proclamare la Repubblica.„ “Certo è, Sire„ rispondeva il D'Adda “che la Repubblica sarà proclamata se Vostra Maestà non parte.„ Erano, su per giù, le stesse parole che due giorni dopo il Cattaneo stampava nel suo proclama: “la parola gratitudine è la sola che possa far tacere la parola repubblica.„ Da che si vede come, in situazioni diverse, uomini diversissimi giudicassero pure con eguali criterj.