Subito dopo questo discorso, il conte Enrico Martini era stato inviato a Milano con una missione confidenziale, ed era già partito quando il conte Arese si presentò il 19, a tarda ora, e fu ricevuto dal Re.
A quell'egregio patriota ripetè Carlo Alberto con maggior precisione quello che già aveva detto al D'Adda e al Martini; anzi lo invitò a venire la mattina seguente nella piazza Castello per vedervi sfilare, avviata alle frontiere, la brigata delle Guardie[72].
Dopo aver veduto anche il ministro degli affari esteri e dopo avere assistito a quella consolante sfilata, l'Arese ripartiva immediatamente per Novara, sperando poter rientrare in Milano. Ma trovati ostacoli assai maggiori, e sapendo che il Martini aveva istruzioni più precise delle sue, insofferente d'ozio, si mischiò ad una colonna di volontarj improvvisati, varcò con essi il Ticino poco lungi da Oleggio e si diresse verso la città bloccata, non più diplomatico, ma bersagliere.
Intanto Enrico Martini s'era aggirato per molte ore intorno alla cinta esterna dei bastioni, senza trovar modo d'entrarvi. Finalmente, la mattina del 21, combinatosi col signor Angelo Cattaneo, commesso delle gabelle, che doveva portare del sale alle caserme in città, si travestì da garzone del magazzino, si caricò d'un sacchetto di sale, e potè non senza ostacoli e rischi, penetrare fino al quartier generale, presentando le sue commendatizie.
Il Re desiderava due cose: che una mossa d'insorgenti o di disertori trascinasse il nemico a qualche violazione del territorio sardo: che gli venisse spedito un indirizzo, firmato da quanti più si potesse cittadini notabili per censo, per intelletto, per ufficj coperti, per influenze personali. Enrico Martini aggiungeva di suo, che si costituisse subito un Governo Provvisorio, col mandato di offrire a Carlo Alberto il dominio della Lombardia.
Quest'ultima proposta parve a tutti ancora intempestiva e non fu da nessuno accettata. Lo furono le due prime; e mentre alcuni fra i combattenti s'incaricavano di combinare una finta presso alla frontiera, Achille Mauri stese l'indirizzo, che fu portato subito da parecchi in giro per le case e fra le barricate, raccogliendo in poche ore parecchie centinaja di firme. V'era tra queste il nome di Alessandro Manzoni, che al conte Martini diceva: “prevenga Sua Maestà che se la mia firma è un po' tremolante, non è perchè io abbia paura, ma perchè sono vecchio.„ Parole che ricordano le altre celebri dell'antico maire di Parigi, Bailly, quando, trascinato alla ghigliottina in gennajo, diceva: “je ne tremble pas de peur, mais de froid.„
Queste trattative erano necessarie per attutire un po' i romori della diplomazia europea; che a Torino pareva ostile ad ogni intervento piemontese; tanto che lo stesso ministro della nuova Repubblica Francese consigliava prudenza, e il ministro d'Inghilterra, signor Ralph Abercromby aveva in quei giorni dipinto al suo governo sotto cattivo aspetto la missione del conte Arese. Ad ogni modo, l'indirizzo non fu portato a Carlo Alberto che il giorno 23, poichè nè il 21 nè il 22 era stato possibile al conte Martini di sorpassare i bastioni. E il 23 mattina, come si sa, Milano era libera.
Le prime notizie di questa liberazione erano ancora giunte, dai paesi tra Milano e il Ticino, a Carlo D'Adda. E il Re lo aveva ancora mandato a chiamare per saperle; poichè erano tempi in cui i semplici cittadini conoscevano le cose prima dei governi. Giungono intanto gli speciali inviati del Governo provvisorio lombardo; Enrico Martini col suo indirizzo, e il conte Annoni con una lettera di Gabrio Casati pel conte di Castagneto, in calce alla quale Pompeo Litta, storico e veterano delle campagne napoleoniche, aveva aggiunto questo poscritto pel Re: “J'attends mon astre, è una medaglia che mi fu spedita e da me pubblicata. Le occasioni sono straordinarie e perciò rare. È la Provvidenza, è Iddio che le manda. Possiamo rifiutarci?„
Carlo Alberto lesse questo poscritto con molta emozione e incaricò Castagneto di esprimere all'illustre patriota i suoi sentimenti.
Frattanto una grande agitazione invadeva Torino. In quel giorno stesso, era comparso sul Risorgimento, il periodico del patriziato liberale piemontese, quell'energico articolo di Camillo Cavour che incominciava: “L'ora suprema della dinastia sabauda è suonata.„ Già i volontarj s'organizzavano e partivano in colonne da varie parti del Regno. Il ministero, frenato sempre dalla diplomazia, esitava ancora a lanciare la dichiarazione di guerra. E la moltitudine, desiderosa di risoluzioni governative, s'assiepava intorno al palazzo reale, domandando notizie.