Era notte fatta, e la folla cresceva. Allora Carlo Alberto, questo re dalle forme rigide e compassate, esce sul balcone, avendo da un lato il Martini, dall'altro il D'Adda, con due valletti che portano, a sinistra e a dritta, le torcie. E lì, dal balcone, di notte, con questo apparato, a quella folla clamorosa, che all'inconsueta apparizione si chiude in un silenzio religioso, il Re annuncia con brevi parole la liberazione di Milano, e prendendo l'estremità di una fascia tricolore che il D'Adda portava ai fianchi, l'agitò con gesto sicuro intorno al suo capo, come simbolo di una bandiera sventolata. Equivaleva, in quell'ora e da quell'uomo, a una dichiarazione di guerra. L'urlo d'entusiasmo che si levò da quella folla in delirio è più facile immaginarlo che descriverlo.
Poi, non essendo questa folla ancor soddisfatta, Carlo D'Adda scende alla porta; vi trova una carrozza a due cavalli che stava attendendo uno degli ospiti del palazzo; sale sul predellino del cocchiere, e in piedi, sventolando un fazzoletto, patriottico novelliere, snocciola lì per lì le notizie più diffuse e gli ultimi particolari della liberazione di Milano. E allora la folla è soddisfatta e si scioglie.
Fu nella stessa sera che il Re convocò il Consiglio dei Ministri, per notificare la deliberazione, già da lui presa, della guerra immediata e per redigere il proclama da indirizzarsi alle popolazioni lombarde.
A quel Consiglio furono invitati i due inviati milanesi, Martini e D'Adda; e bene intonava la situazione il vedere fra quelle Eccellenze, tutte gravi, tutte in uniforme, due giovani in abito da viaggio o da camera, che portavano la coccarda tricolore al posto degli ordini cavallereschi e dei medaglioni.
Il conte Sclopis leggeva ad alta voce lo schema del famoso manifesto; e il Re, volgendosi ai due milanesi, a preferenza che agli altri ministri, diceva loro: “va bene così?„ Interpellati direttamente, quelli credettero dover esporre la loro opinione. Nel manifesto si faceva accenno alla protezione di Dio, ma non si parlava punto di Pio IX. Carlo D'Adda si levò a suggerire che non mancasse in quel solenne documento il nome dell'uomo, allora così acclamato, sotto la cui invocazione tanti sacerdoti e tanti popolani s'erano battuti. L'osservazione parve giusta e l'inciso relativo a Pio IX fu inserito nel manifesto[73].
Della questione politica, durante le cinque giornate, si può sbrigarsi anche in minori parole.
Il Municipio, posto dagli avvenimenti di fronte a una situazione così piena d'ignoto e grossa di responsabilità, ebbe fin da principio un concetto fondamentale generico: uscire il meno possibile dalla legge; posarsi fra la città e il governo militare come autorità tutrice e intermedia, che non ostentasse risoluzioni implacabili, ma che rigettasse su altri la colpa d'uno stato di guerra, contro cui era ben necessario che la popolazione si premunisse.
Per ciò, ad una prima brutale intimazione del maresciallo Radetzki, che la sera stessa del 18 marzo, alle 6 e mezzo pom. ordinava al Municipio di pubblicare immediatamente un proclama di biasimo e di disarmo, sotto pena di bombardamento e con una spavalda allusione a centomila uomini e a duecento cannoni, Gabrio Casati rispondeva con molta e savia tranquillità: “Quanto il Municipio ha operato precedentemente, lo ha fatto d'accordo col Capo attuale del Governo civile. La Congregazione deve quindi riservarsi fino a domani per deliberare; ed intanto interessa l'E. V. a sospendere ordini, atti a null'altro che a partorire danni incalcolabili per tutti.„
Non era infatti nè il primo nè il secondo giorno d'un movimento, il cui risultato pareva ancor dubbio ai più animosi, che il Municipio, tutore naturale della città, dovesse spogliarsi interamente d'ogni mezzo e d'ogni possibilità di una futura influenza mitigatrice. Di audaci la città in quei giorni non aveva difetto; ed era pur bene che, seguendo le costanti oscillazioni dei fatti umani, s'incaricasse qualcuno di tener deste le ragioni della prudenza.
Sicchè al mattino del giorno 20, senza mutar nome, nè dare alla propria autorità intonazioni ufficialmente provocatrici, il Municipio si aggiunse sei collaboratori, che parevano ed erano richiesti dalla maggior mole d'affari venuta a cadere sulle spalle della civica magistratura. Scelse a tal uopo il conte Francesco Borgia, il generale Teodoro Lechi, Alessandro Porro, Enrico Guicciardi, Anselmo Guerrieri e Giuseppe Durini.