In quell'ultimo giorno la concordia politica era già piuttosto nei sottintesi che nei propositi. Ad ogni modo, il dissidio sorse e si mantenne nella piccola cerchia degli uomini che governavano, turbò ed agitò assai più tardi gli uomini che combattevano.
In questi risiedeva davvero la questione strategica della rivoluzione; questione difficile a cogliere, forse impossibile a precisare, ma intorno a cui si svolsero pure gli episodj principali e i più numerosi delle cinque giornate.
Uno dei caratteri più salienti di quella strategia fu l'assoluta mancanza di capi strategici. Nei primi due giorni non ve ne fu neanche il tentativo; al terzo giorno ne apparve uno, degnissimo, Augusto Anfossi, che, appena nominato, cadde morto all'attacco del Genio Militare. Teodoro Lechi, vecchio generale napoleonico, era stato nominato comandante di tutte le forze insurrezionali, ma era stato fatto prigioniero al Broletto, fino dal primo giorno del movimento. Al quarto giorno si cercò dal Consiglio di Guerra sostituire in qualche modo il generale in capo. Senonchè, rispettabilissimi per patriottismo e per intelletto, quegli uomini parevano l'ironia del nome, nessuno d'essi avendo fatto la guerra. D'altronde, i loro ordini non sempre giungevano, traverso alle barricate, dove importava che giungessero. E se giungevano, non sempre erano obbediti; conseguenza del tipo necessariamente autonomo e dei molteplici ambienti di quella battaglia. L'ottimo Torelli racconta a questo proposito un incidente occorsogli e che basta a dipingere intera quella situazione strategica.
Era stato nominato Direttore delle pattuglie, e in tal qualità si recava nel quartiere di Porta Ticinese per esaminare un posto. Al piede d'una barricata due individui armati lo arrestano. Declina il suo nome e il suo grado. “Ma che capo di pattuglie?„ rispondono “che Governo Provvisorio? Noi riceviamo i nostri ordini dal Comitato di casa Trivulzio e non da altri. Venga con noi.„ E il Direttore generale di tutte le pattuglie dovette farsi riconoscere da un gentiluomo di casa Trivulzio, perchè i popolani di Porta Ticinese lo lasciassero in libertà. Questo era davvero discentramento.
L'istinto della difesa e il senso comune supplivano a questa mancanza di direzione centrale. Ogni mattina il bisogno suggeriva l'attitudine e ciascun giorno aveva la propria destinazione. Senza disposizioni di Stato maggiore, può dirsi che in tutte le parti della città il programma di quei cinque giorni fu identico.
Il 18 fu una sorpresa; l'insurrezione parve un problema a quelli stessi che l'avevano incominciata; la sera e la notte passarono in una completa incertezza sul carattere, sulle proporzioni, sulle conseguenze del moto.
Il 19 cominciò la difesa; fu la giornata classica delle barricate; ogni quartiere le innalzò coi mezzi e colle materie che aveva sotto mano, nei punti da cui si poteva più facilmente respingere la cavalleria o paralizzare l'artiglieria. I seminaristi adoperarono i loro letti e i lastroni del Corso; al teatro alla Scala, le sedie e le panche della platea; a Porta Romana, le carrozze di Corte trovate nella soppressa chiesa di S. Giovanni in Conca; agli archi di Porta Nuova i materiali di fabbrica del cominciato palazzo d'Adda; al Cordusio, i bollettarj e le balle di carta degli ufficj di finanza; a S. Vicenzino, lastre di granito e terra e attrezzi di ferro, legati con solide catene attraverso la via. Si lasciava un pertugio della larghezza d'una persona; vi si metteva un uomo di guardia, perchè domandasse una parola d'ordine.... che tutti sapevano; e al buon umore ambrosiano non era mancata l'idea di collocare sulla cima della barricata il gatto tradizionale del proverbio lombardo[74].
Il 20 potrebbe dirsi la giornata della preparazione; si vollero sgombri i posti nemici collocati nell'interno della città; il Duomo, il palazzo di Corte, la Direzione di Polizia, il Broletto, le caserme. Fu in quel giorno che il conte Bolza venne trovato nascosto in un abbaino sotto un mucchio di fieno, allibito e contraffatto per la paura. Forse in quell'ora gli passarono dinanzi alla corrotta coscienza le molte vittime sue e il povero Confalonieri da lui ghermito con funesto ghigno in un altro abbaino. È nota la condotta generosa che il popolo serbò verso di lui e la frase, veramente alta e inspirata, di Carlo Cattaneo: “se lo ammazzate, fate una cosa giusta; se non lo ammazzate, fate una cosa santa.„
Il 21 l'operazione generale è l'attacco. Ciascuna zona, fattasi le spalle sicure, cerca di allontanare l'inimico, di allargare e indebolire la sua cerchia, di respingerlo agli ultimi baluardi dell'esterna periferia. Questo è già concetto strategico, e alla sera del quarto giorno l'operazione può dirsi riuscita; l'esercito nemico, stanco e scorato, bivacca tutto sulle mura di Ferrante Gonzaga, ormai cacciato dall'interno della città.