Finalmente il giorno 22 ha luogo la mossa definitiva, l'impeto sopra un punto del cordone nemico, per isfondarlo e romperlo in due, aprendo il varco alle comunicazioni colle campagne e colle città insorte di Lombardia. Il Cattaneo aveva proposto a tal uopo l'attacco di Porta Ticinese; fu scelta invece la Porta Tosa, e lì accadde il combattimento più lungo e più ostinato dei cinque giorni; dove Luciano Manara si coperse di gloria pel suo coraggio, dove Antonio Carnevali immaginava quelle fascine rotolanti, dietro a cui s'avanzavano i nostri in fitte schiere; dove si distinsero per freddo valore il pittore Borgo Carati e Andrea Cazzamini e il Croff e il Mangiagalli e il Dal Bono molti vivi.

Quando Luciano Manara, avanzandosi a petto scoperto contro le palle nemiche, appiccò di sua mano il fuoco a Porta Tosa, potè dirsi che lo scopo dell'insurrezione cittadina era raggiunto. Milano otteneva un risultato che in tutto il corso dei secoli non s'era visto mai: rovesciare fuor dalle mura un esercito straniero che vi si era accampato da anni e fornito di tutto ciò che ai cittadini mancava: capi, armi, disciplina, stromenti di distruzione.

Come s'erano lasciati vincere i quattordici mila uomini del maresciallo Radetzki? da quali armi s'erano lasciati snidare da tante caserme, da tanti palazzi, così facilmente difendibili? da poche centinaja di fucili buoni, da qualche migliaio di fucili cattivi, da 1523 barricate, dal suono incessante di cento campane a martello. Tutto ciò, ben inteso, aggiunto al valore individuale, che può essere elemento nuovo o mirabile in cittadini, ma che è o dovrebb'essere caratteristica costante e consueta in eserciti organizzati.

Questi combattenti borghesi potevano classificarsi in tre categorie. — La prima comprendeva quei pochi avanzi dell'antico esercito italico che avevano visto le guerre serie e i generali giganti. Ma erano per la massima parte vecchi, acciaccosi e, per le stesse rimembranze delle molte città conquistate e saccheggiate, poco inchinevoli a credere nell'efficacia delle barricate e delle campane a martello. D'altronde, Teodoro Lechi era stato, come dicemmo, fatto prigione fin dal primo giorno della rivolta e non fu liberato che il 23. Pompeo Litta, ballottato fra il Casati e il Cattaneo, s'ingegnava di metter pace fra i due, perchè una seconda guerra non s'aggiungesse alla prima. Il Lissoni, il Ceroni, il Iacopetti, il Cima si chiamavano ad organizzare i nuovi istituti militari in formazione, piuttosto che a dirigere il fuoco delle contrade. Soltanto Antonio Carnevali, ingegnere militare distinto, aveva potuto a Porta Tosa prestare attivamente l'opera sua.

La seconda categoria di combattenti constava di uomini che, senza avere partecipato a guerre importanti, avevano indossato assise militari e preso parte a combattimenti, in eserciti e paesi stranieri, o in Ispagna, o in Grecia o in Africa. Erano pochi, ma si distinsero tutti per coraggio e per energia. Giuseppe Broggi, tiratore meraviglioso, aveva, quasi solo, impedito nei primi due giorni, l'avanzarsi degli Austriaci oltre i ponti di S. Damiano e del Corso, abbattendo gli ufficiali superiori, il generale Wocher fra gli altri. Una palla di cannone lo uccideva nel pomeriggio del giorno 19. Augusto Anfossi, dopo avere diretto l'occupazione degli archi di Porta Nuova e del palazzo del Genio, moriva di fucilata il giorno 20. Girolamo Borgazzi, ispettore delle ferrovie, trovava modo di scalare ben quattro o cinque volte le mura, per combinare col Comitato di Guerra attacchi simultanei; e cadeva all'ultimo giorno, mentre più di quattromila uomini radunati da lui davano a Porta Comasina l'ultimo assalto. Il conte Ottaviano Vimercati diresse con fermezza il giorno 21 un tentativo contro la Porta Vigentina, che alcune centinaja d'insorti raccoltisi nelle campagne avrebbero voluto sfondare per portare soccorsi nella città.

Ma la categoria di gran lunga più numerosa di combattenti era quella dei cittadini rimasti quasi tutta la vita entro le mura della loro città, e che per la prima volta imparavano a caricare una pistola o a scaricare un fucile. E fra questi troviamo Luciano Manara, elegantissimo, che il soffio di patria tramuta in un eroe di Plutarco; Giovanni Meschia, lattivendolo, che, appostato dietro il fumaiuolo d'un camino a Sant'Eustorgio, uccide ad uno ad uno i soldati saliti sopra il campanile per moschettare le vie; Pasquale Sottocorno che, vecchio e zoppo, correva a portar paglia e fuoco a Manfredo Camperio, mentre abbatteva con una scure il portone del Genio; e Giuseppe Guy e Luigi Stelzi, vittime dei primi giorni; e i Dandolo e Morosini e Mozzoni, studenti di 18 anni, che si trovavano dappertutto dove si combatteva e si moriva, al ponte di Porta Renza, agli archi di Porta Nuova, al palazzo del Genio, all'assalto di Porta Tosa.

Che dinanzi a siffatti elementi il maresciallo Radetzki dovesse trovare difficoltà grosse e lotte aspre, facilmente si capisce; ma che abbia dovuto soccombere, co' suoi quattordicimila uomini, i suoi duecento cannoni, il suo castello munito e le forti posizioni occupate nell'interno della città, sarebbe un fenomeno nella storia delle guerre quasi eccezionale, se non concorressero a spiegarlo altre ragioni affatto estranee alla strategia.

Già era stata una sorpresa per gli Austriaci come pei cittadini la giornata del 18 marzo. Se l'insurrezione avesse avuto un capo, nulla sarebbe stato più facile che impadronirsi d'un colpo di tutto lo Stato Maggiore austriaco; poichè il maresciallo, col generale Wallmoden, tre altri generali e parecchi ufficiali, usciva dopo il tocco dalla casa Cagnola dov'era la cancelleria militare, senza il menomo sentore dell'agitazione che in quella stessa ora aveva già guadagnato le altre parti della città.

Se ne accorse quando vide chiudersi le botteghe e scendere i primi armati per le vie. E allora corse a furia in castello e deliberò la prima ed unica operazione offensiva di qualche importanza che in quei cinque giorni abbia potuto eseguire.

Pensando che alla sede del Municipio sarebbe stato il focolare della sommossa e la residenza dei capi, mandò verso sera buon nerbo di truppe ad accerchiare il Broletto, e dopo breve combattimento se ne impadronì. Colse infatti parecchie dozzine di cittadini che stavano preparando i quadri della guardia civica, e li fece trasportare, indegnamente maltrattati, in castello. V'erano anche tra questi dei personaggi d'influenza e di conto, il delegato Bellati, l'assessore Marco Greppi, il generale Teodoro Lechi, tre conti Porro, Guglielmo Fortis, Pietro Maestri, un Litta-Modignani, il Brioschi, il Tagliaferri ed altri. Ma quelli che intorno al Casati costituivano veramente il nucleo direttivo del movimento, fermati al palazzo Vidiserti da quella scarica di fucileria, non avevano potuto più ricondursi al Broletto, e s'erano invece trasportati, come in località più centrale e più difendibile, nel palazzo del conte Carlo Taverna in Via dei Bigli.