Dopo quella mossa offensiva riuscita a mezzo, parve che il maresciallo Radetzki avesse rinunciato ad ogni risoluto disegno di ostilità. Il secondo giorno lo passò in attitudine piuttosto di osservazione che di attacco. Lanciava da ogni largo imbocco di via scariche di plotone, che uccidevano o ferivano, ma non riuscivano ad impedire la costruzione delle barricate. Faceva avanzare drappelli di cavalleria, che retrocedevano di galoppo alla prima viva fucilata venuta dai cittadini. Eppure non è dubbio che, avendo in quel giorno ancora occupate militarmente tante forti posizioni nell'interno della città, e non essendo la difesa di questa nè completata dall'intero sistema delle barricate nè spinta, come nei giorni successivi, al più alto grado dell'energia e della cooperazione universale, un vigoroso movimento di ripresa che fosse partito simultaneamente da tutte le porte della città, aiutato dalla sortita di tutti i presidii collocati nelle caserme e nei palazzi governativi, sarebbe bastato, certo non senza molta lotta e molta strage, a strozzare l'insurrezione.

Ma evidentemente non vi fu nei consigli militari austriaci in quei giorni nè calma, nè intelligenza. Lo scoppio così imprevisto di una così grossa rivolta paralizzò i verbosi ardimenti del vecchio maresciallo. Forse, le comunicazioni interrotte gli fecero credere sorpresi e prigionieri fin dal secondo giorno i corpi di guardia interni. Certo, pensava assai maggiore che non fosse la preparazione strategica della città; poichè al Ficquelmont scriveva: “è chiaro che direttori militari prestati dall'estero stanno a capo della sollevazione.„ Era la stessa impressione che faceva scrivere un dispaccio alla Presse di Parigi: “25 mille insurgés armés sont descendus dès le premier jour dans la rue„[75].

S'aggiungano le notizie di Vienna che, non lasciando ancora scorgere intere le proporzioni e le conseguenze del moto, non permettevano di abbandonarsi ai vecchi criteri di repressione militare sfrenata, coi quali potevano trovarsi in aperto contrasto nuovi indirizzi di governo e di governanti.

Tutto ciò rendeva in quei primi due giorni pieni di curiosa incertezza gli andamenti dell'autorità militare. Pareva quasi ansiosa di trovare ogni pretesto per mostrare spirito conciliativo. E alla duchessa Litta che, valendosi di antiche relazioni personali, aveva scritto al maresciallo, lagnandosi di guasti arrecati dalle truppe al suo palazzo, rispondeva quegli con molta umiltà “avrebbe provveduto a che non si rinnovassero, ma esortare egli pure la duchessa a non lasciare che le sue genti maltrattassero o provocassero soldati.„

Finalmente al terzo giorno, quando vede tutta la città asserragliata e l'insurrezione divampare minacciosa, si decide a moltiplicare i colpi. Ma allora si accorge altresì che le munizioni da guerra non rispondono agli intenti di distruzione. Quei trentaquattro anni di pace avevano lasciato un po' di ruggine sui ferri del dominio straniero. Le racchette fendevano l'aria e cadevano sui tetti senza scoppiare; le bombe scoppiavano con tanto ritardo che, dopo le prime esperienze, i fanciulli avevano il tempo di toglierne i luminelli e renderle innocue.

Forse quest'ultima ragione o le due insieme spinsero il maresciallo a desiderare proposte di accomodamento.

E cominciarono allora quelle pratiche per un armistizio, che diedero così gran pascolo alle immaginazioni ed alle passioni di parte.

Dai documenti del tempo, dai libri fra loro comparati e dalle attestazioni dei testimonj superstiti si può ad ogni modo cogliere intera la verità anche intorno a questo episodio.


Il maresciallo Radetzki aveva rilasciato sulla parola uno de' suoi ostaggi, il conte Marco Greppi, assessore municipale, perchè si recasse in città e giudicasse della convenienza di venire a qualche sospensione d'armi. Contemporaneamente si presentava al quartier generale di casa Taverna un ufficiale croato, il maggiore D'Ettinghausen, non già come inviato del maresciallo, ma coll'offerta individuale di farsi latore presso il maresciallo stesso “di proposizioni che valessero ad arrestare l'effusione del sangue.„