La Commissione Municipale esaminò la situazione militare, considerò la situazione politica e la propria responsabilità. S'era a mezzo di quel terzo giorno, in cui la rivoluzione non aveva preso ancora il suo maggior slancio. Per quanto le barricate fossero quasi dappertutto compiute, nessun posto importante era stato occupato; i nemici erano ancora padroni del tetto del Duomo, della Direzione di Polizia, del palazzo del Genio, del Gran Comando, di tutte le grandi caserme della città interna; dal di fuori non si sapeva nulla; il movimento delle provincie non si conosceva; nelle campagne circostanti appena qualche indizio di assembramenti si notava dall'alto dei campanili; nessuna notizia dal Piemonte, nessun'altra da Vienna; non una informazione sicura intorno allo spirito morale ed all'armamento del nemico che ci stringeva da tutti i lati. In questo cumulo d'incertezze, respingere qualunque proposta di accomodamento parve, e sarebbe stata, da parte della Commissione Municipale, una vera temerità. Essa poteva dirsi ancora rimasta nei limiti del suo primo programma; era autorità legale, non potere rivoluzionario. Se una sconfitta, pur possibile, fosse seguita, quante maledizioni non sarebbero piombate su quei poveri capi, responsabili d'una risposta, e che sarebbero stati accusati d'imprevidenza da quelli stessi che, dopo il successo, li accusarono di debolezza!
Però, la Commissione Municipale propose patti larghissimi. La città doveva avere libere comunicazioni, da tutte le porte, col vicino contado. Il maresciallo doveva tener chiuse in otto determinati punti tutte le truppe. La guardia civica doveva essere organizzata regolarmente; mantenute tutte le situazioni occupate dai cittadini e conservato in istato pienamente servibile il sistema di difesa adottato. Su queste basi, la Commissione Municipale avrebbe autorizzato il Podestà a trattare col maresciallo Radetzki per un armistizio di quindici giorni.
Al barone d'Ettinghausen queste basi parvero inaccettabili. E allora la Commissione Municipale, volendo persuaderlo ch'esse erano le più moderate, anzi le uniche possibili, dirimpetto all'ardore guerriero dei combattenti, invitò nella sala le persone che si trovavano nel vicino appartamento del Consiglio di Guerra; ed entrarono infatti Carlo Cattaneo, Achille Mauri, Cesare Correnti, Giulio Terzaghi, Faustino Sanseverino ed Enrico Cernuschi. Esposta a questi signori la situazione, furono tutti d'accordo che le basi proposte dal Municipio erano anche troppo modeste; che i difensori delle barricate non avrebbero probabilmente accettato neanche quelle; e Carlo Cattaneo aggiunse che la conciliazione diverrebbe possibile soltanto quando il maresciallo acconsentisse a ritirare dal regno le truppe straniere e a comporre le guarnigioni con soldati italiani[76].
Discusso questo punto fra il Cattaneo e il maggiore croato, questi dichiarò che non avrebbe osato proporre al maresciallo simili condizioni; e la Commissione Municipale, facendo constatare al maggiore che la propria autorità era naturalmente limitata dalla forza delle cose, lo incaricò di riferire al maresciallo l'esito del colloquio, lasciando a lui, se veramente era desideroso di umani procedimenti, il considerare se altre basi gli paressero da proporre.
Fu allora che il D'Ettinghausen, sperando di trovare qualche appoggio maggiore presso gli uomini forniti, a' suoi occhi, di più alta responsabilità, si rivolse al conte Vitaliano Borromeo, ch'egli considerava, quale dignitario del Toson d'Oro, come cugino dell'imperatore, e gli domandò che cosa dovesse dire in suo nome al maresciallo Radetzki. Cattaneo ha obliato nel suo libro di riferire la risposta del conte Borromeo, che fu questa: “Dica al signor maresciallo che se continuerà la battaglia, i nobili di Milano sapranno farsi seppellire sotto le rovine dei loro palazzi.„
Le pratiche per l'armistizio non finirono lì. Furono riprese per iniziativa dei Consoli esteri la mattina seguente, il giorno 21; e furono essi che si presentarono al Castello, preceduti dal conte Marco Greppi, il quale, andate a vuoto le trattative del giorno prima, veniva lealmente a riconsegnarsi. Qui il maresciallo non volle essere meno magnanimo del suo prigioniero; ma, ammirando il contegno suo, gli concesse, senz'altre condizioni, la libertà. E, ristrettosi a colloquio coi Consoli, li incaricò di portare altre proposte alla Commissione Municipale.
Senonchè in questo frattempo la situazione militare e politica s'era mutata d'assai. Nella giornata antecedente i successi dell'insurrezione erano cresciuti; erano caduti in mano nostra parecchi dei presidj e dei punti militari interni; s'era cominciato a vedere che i mezzi di distruzione del maresciallo erano fiacchi; più, era giunto il messaggio del conte Martini, e il prossimo intervento dell'esercito piemontese appariva già una questione di ore. Non trattavasi dunque più d'un armistizio di due settimane per lasciar luogo a trattative politiche o ad istruzioni di Vienna; trattavasi d'un puro e semplice armistizio militare, limitato a tre giorni, che ciascuna delle parti combattenti doveva considerare sotto il solo punto di vista delle convenienze di guerra.
Queste prestavano pure argomento a discussione. E discussione vi fu. L'uomo che aveva visto, fra tutti quei governanti, le maggiori battaglie, a cominciare da quella d'Austerlitz, il conte Pompeo Litta, che il Cattaneo aveva scelto a presiedere il Comitato di Guerra, si mostrò subito favorevole all'armistizio. Questo avrebbe dato, si diceva, modo ai nostri di rifornirsi d'armi e di vettovaglie, di ricomporre le barricate lacere dal cannone, e sopratutto avrebbe lasciato giungere l'esercito piemontese in tempo da offrire battaglia nelle più favorevoli condizioni. E non è dubbio infatti che se in quell'ora si fosse trovato fra i generali di Carlo Alberto un uomo di genio, in tre giorni si sarebbe trovato per la via di Piacenza sulla linea dell'Adda, e l'esercito austriaco, preso fra quelle fresche schiere e la città vittoriosa, non avrebbe potuto sottrarsi ad una catastrofe.
Però non mancavano altre ragioni opposte, e prima fra tutte l'impossibilità di esercitare sui combattenti cittadini l'autorità necessaria per farli desistere, se l'armistizio non fosse stato nei loro intendimenti. Correnti e Fava, presenti a quella discussione, suggerirono allora che si mandassero persone a interrogare, prima di decidersi, il voto dei combattenti. Furono scelti a tale incarico il conte Sanseverino, il Mauri, il Cattaneo, il Cernuschi e il Terzaghi. E non ebbero a far molta strada, perchè, al primo sentore delle proposte conciliative, giungevano da tutti i quartieri della città incaricati speciali, con raccomandazioni vivissime che non si scoraggiasse o si sminuisse, con tregue d'incerto carattere, lo zelo dei valorosi ormai determinati e certi di vincere.
Ritornati dunque nella sala i delegati, e apertasi la discussione finale, il presidente Casati espose i patti proposti. Giuseppe Durini parlò perchè fossero accolti, ed appoggiò questa opinione con alcune parole il conte Borromeo. Parlò primo contro l'armistizio Achille Mauri, e parlò con tanta evidenza che subito il Durini dichiarò di rinunciare alla proposta sua. Parlarono poi, aggiungendo ragioni contro l'armistizio, Carlo Cattaneo e Luigi Torelli; alla votazione che ne seguì, su quindici presenti, tre soli opinarono per l'armistizio. Il Casati disse ad alta voce: dunque non si accetta, e Cesare Correnti portò primo fuori della sala la notizia del rifiuto, che fu accolta con grandi applausi e subito fatta conoscere di barricata in barricata ai combattenti giulivi.