[44]. Tutti questi particolari li abbiamo riassunti fedelmente dalle stesse Memorie del conte Federico, che auguriamo e speriamo vogliano presto essere date in luce dal giovane conte, pronipote suo.

[45]. Quantunque disposti, e per la grande autorità sua e per la sua qualità di testimonio quasi contemporaneo, a mettere molta fede in ciò che il Cantù scrive, relativamente a quei fatti, ci meravigliò non poco il racconto di quel colloquio tra l'Imperatore e la contessa Confalonieri, che si trova alla pagina 148 e 149 del libro Il Conciliatore e i Carbonari. Quel colloquio, descritto con colori così drammatici, può essere verosimile, ma non è vero. E come lo ha negato recisamente il senator Poggi nella sua ottima Storia d'Italia dal 1814 al 1846, così possiamo negarlo noi, che ci ricordiamo d'aver udito il racconto di quella scena, in casa del compianto conte Francesco Arese, dallo stesso Gabrio Casati, testimonio ed interlocutore nel dialogo.

[46]. Anche quì il Cantù, pur difendendo Milano a pagina 150, mediante la pubblicazione del rapporto d'un impiegato dell'epoca, scappa fuori ad accusarla a pagina 271, scrivendo: “il popolo e un vulgo ricco, e fin signore assistettero come a spettacolo a quella scena. Dio lo perdoni ai Milanesi!„ Noi abbiamo voluto raccogliere testimonianze di egregi contemporanei, il signor Negri, il signor Landriani, il conte Giberto Porro-Lambertenghi; e tutti ci hanno assicurato che il “popolo„ era proprio composto dell'ultima feccia, che il “vulgo ricco„ fremeva di dolore o di terrore nelle proprie case; e quanto alle “signore„ pur troppo vi assistette “come a spettacolo„ una sola; sventuratamente nota per illustre casato come per eccessiva spensieratezza; e che un alto ufficiale austriaco, il conte Batthiany, aveva trascinato ad una finestra prospiciente il nefando spettacolo. Siamo un po' giusti anche con questi poveri “Milanesi!„

[47]. Domandiamo scusa ai lettori se ci crediamo obbligati a metterli in avvertenza contro un'altra grave — forse la più grave — inesattezza contenuta nel libro Il Conciliatore e i Carbonari. L'illustre autore vorrebbe smentire, a pagina 152, ciò ch'egli allora chiamava “la tradizione„ del colloquio fra il Confalonieri e il principe di Metternich; e a pagina 192 ripete la sua smentita. Eppure già l'Andryane e il Gualterio e Gino Capponi avevano parlato di quel colloquio, che poi il Tabarrini riportò estesamente dallo stesso manoscritto del Confalonieri. Forse al Cantù, che aveva già proclamato quest'ultimo uomo non generoso doleva di ammettere la verità di un colloquio, che lo avrebbe senza dubbio obbligato a ricredersi. Anche gli uomini di maggiore ingegno possono talvolta cadere in siffatte contraddizioni dell'animo. Ad ogni modo, le ragioni per cui nega il Cantù consistono tutte in una sottile analisi di una testimonianza indiretta — molto indiretta — d'un commissario di polizia. In favore della verità del colloquio abbiamo le dichiarazioni di Gino Capponi, di Filippo Gualterio, di Marco Tabarrini, di Enrico Poggi, di Gabrio Casati, di Alessandro Andryane e di... Federico Confalonieri. Ci pare che bastino.

[48]. Cantù, opera citata, pag. 271.

[49].

Signor Redattore,

“Nel punto di lasciare la Francia, lessi sul vostro giornale del 28 di questo mese l'articolo che mi riguarda. Qualunque sia il desiderio ch'io provo di non intrattenere il pubblico delle mie sventure, e qualunque e' sia il bisogno che ho di vivere nell'oscurità, cionondimeno mi sento obbligato, per difendere il mio onore che voi attaccate, di escire dal silenzio che io mi era così strettamente proposto.„

“Lasciando da parte le prime asserzioni del vostro articolo, io devo tuttavia affermarvi positivamente che ho finora vissuto nella più completa ignoranza di tutti i fatti che vi siete permesso di asserire; ma mi trovo più particolarmente obbligato a smentire l'asserzione per la quale voi dite che, venendo io in Europa, ho mancato alla parola che avevo data al governo austriaco, di non lasciare l'America.„

“Io dunque dichiaro formalmente che non ho mai impegnato la mia parola in alcun modo e che nè io nè altri dei confinati, coi quali sono in perfetta parità di posizione, non abbiamo fatto altro che sottoscrivere una pura e semplice accettazione della deportazione con tutte le condizioni gravi che vi si trovano annesse; e fra queste condizioni trovasi che, tornando noi in Europa ed accadendo che fossimo ripresi dall'Austria, noi saremmo immediatamente ricondotti allo Spielberg.„