— Certo! Dove andrei a finire, altrimenti, se capitasse qualche guasto improvviso? — Il tassista si chinò a frugare nella cassetta del cruscotto accanto al posto di guida, e quando si rialzò nella mano stringeva un oggetto che somigliava a una piccola pistola. — Cosa volete farne?

— Voglio bruciarvi il didietro — disse Raven prendendo il fusore.

— Davvero? È una bella idea! — Gli occhi infossati dell’autista si fecero ancora più piccoli, poi l’uomo scoppiò in una risata che mise in mostra due molari mancanti. — Però questo è il vostro giorno sfortunato. — Si chinò di nuovo e prese un secondo fusore. — Ne porto in macchina sempre un paio. Così, voi bruciate i miei pantaloni, e io brucio i vostri. Giusto, no?

— Lo spettacolo di due che si bruciano i pantaloni dovrebbe interessare parecchio molti scienziati — disse Raven — specialmente se si usano strumenti che possono bruciare soltanto i metalli. — Sorrise all’improvvisa aria incerta dell’altro. — Mi riferivo al didietro della vostra macchina. — Indirizzò la punta del piccolo apparecchio verso il sedile posteriore e strinse l’impugnatura. Niente di visibile uscì dal fusore, anche se la mano di Raven ebbe un piccolo sobbalzo. Una sottile striscia di fumo puzzolente uscì invece dalla tappezzeria di plastica, come se qualcosa nascosta sotto i sedili stesse fondendo all’alto calore. Poi Raven salì con calma nella vettura e richiuse la porta. — Bene, ora potete andare — disse, e protesosi in avanti rimise il fusore al suo posto.

Impacciatissimo, il tassista manovrò i comandi. L’auto antigravità si sollevò fino a 1500 metri di altezza e puntò verso sud, mentre il pilota corrugava la fronte nello sforzo di comprendere cos’era accaduto e girava continuamente lo sguardo verso lo specchietto retrovisore, per osservare furtivamente il passeggero, pensando che quello poteva essere capace di tutto, anche d’incendiare il mondo.

Senza badare alle occhiate dell’altro, Raven infilò una mano nel buco ancora caldo che si era formato nella tappezzeria. Le sue dita incontrarono un oggetto metallico e sollevarono un apparecchio contorto, non più grande di una sigaretta. Luccicava come l’oro e aveva due tozze ali, contorte dal calore. Nella parte anteriore scintillava una piccola lente, delle dimensioni di una piccola perla. La parte posteriore, piatta, era perforata da sette minuscoli forellini, che servivano da microscopici reattori.

Raven non ebbe bisogno di aprire l’ordigno e di guardarvi dentro: sapeva già cosa era nascosto all’interno: un motore piccolissimo, l’analizzatore di guida, il minuscolo circuito radio che poteva trasmettere un bip-bip per ore e ore, il dispositivo di autodistruzione, grande quanto la capocchia di un fiammifero… Il tutto in un apparecchio che pesava meno di novanta grammi, capace però di lasciare una scia elettronica che gli inseguitori avrebbero potuto seguire per chilometri e chilometri, nelle tre dimensioni.

Raven girò la testa per guardare attraverso il vetro posteriore. C’erano troppi taxi e macchine private in circolazione ai vari livelli per poter stabilire se qualcuno lo stava pedinando. Comunque, la cosa non aveva importanza: l’intensità del traffico che nascondeva così bene gli eventuali cacciatori poteva benissimo nascondere anche la preda.

Lasciò cadere il piccolo cilindro alato nella cassetta in cui aveva messo il fusore.

— Potete tenerlo tutto per voi — disse al tassista. — Contiene pezzi che possono valere una cinquantina di crediti… se riuscite a trovare qualcuno capace di smontarlo senza fracassarlo completamente.