La fine prevista da Leina giunse dopo tre settimane. In quel periodo, né la radio né le reti degli spettroschermi diedero notizia di recenti animosità interplanetarie. Gli altri spettacoli non rivelarono nessun minaccioso spostamento di tendenze verso una particolare direzione. I mutanti venivano sempre rappresentati nei diversi spettacoli, ma i ruoli di eroe, eroina e antagonista venivano distribuiti con imparzialità.

Lontano, dodici astronavi nere avevano deviato leggermente verso destra e stavano puntando verso gli otto pianeti disabitati di un sistema binario minore. Per il momento, la marcia verso Vega era stata interrotta.

Il sole del mattino splendeva caldo. Il cielo era una limpida distesa azzurra segnata soltanto da qualche nube all’orizzonte e da una scia di vapore che si innalzava nella stratosfera. Ancora una volta, il Fantôme era partito per Venere.

Un elicottero a quattro posti diede la prima indicazione sul fatto che gli errori si devono pagare, e che il passato ha sempre modi antipatici per intralciare il presente. Giunse da ovest e atterrò nelle vicinanze del cratere ormai cosparso di erbe colorate. Ne scese un uomo.

Leina lo fece entrare. Si trattava di un giovane alto, robusto, dall’espressione leale. Era un agente del Servizio Segreto della Terra, un subtelepate, capace di leggere il pensiero degli altri ma non di chiudere la propria mente. Secondo quelli che l’avevano mandato, era il tipo più adatto alla missione. Un uomo aperto, che sapeva immediatamente conquistarsi la fiducia degli altri.

— Mi chiamo Grant — disse. Condizionato dalla sua limitazione, aveva parlato vocalmente. Altrimenti dovendo parlare con dei veri telepati si sarebbe trovato in grande svantaggio.

— Sono venuto a riferirvi che il maggiore Lomax, del Servizio Segreto, vorrebbe vedervi al più presto possibile.

— È urgente? — chiese Raven.

— Credo di sì. Se siete pronti, posso portare voi e la signora con questo stesso elicottero.

— Ci vuole tutti e due?